lunedì, 14 luglio 2008
Ore 11:29

Un racconto del passato, di D. Anagnosti




Film del 1987, stracarico di ironia, fino all'inverosimile. Personalmente il secondo film che ho preferito in tutta la rassegna, per il risultato complessivo, lo sguardo critico e grottescamente lanciato su considerazioni socioogiche di un'Albania a-temporale, tanto remota, quanto attuale.
La storia narra di un ragazzino di dodici anni che viene costretto dai familiaria sposare la ventenne Marigo, innamorata di un uomo adulto. A matrimonio inesorabilmente celebrato, questultima sfogherà la sua rabbia repressa proprio sul suo nuovo marito, ma finirà per compredere che questinon ha nessuna colpa, e si alleerà con lui per vendicarsi di chi l'ha costretta a queste noze forzate.
Gli spunti sono interessantissimi, la messa in scena fenomenale,pur essendo semplice. C'è più di un'inquadratura geniale, a cominciare dal dettaglio su una candela che brucia di passione, ma che è costretta a scogliersi senza poter sfgare il suo sentimento, per arrivare all'obiettivo bagnato, che "gronda" di lacrime, nel momento in cui la mdp si sosttuisce agli occhi disperati della protagonista del film.
Nelle ambientazioni rurali, sfugge la connotazione geografica e temporale, ma si coglie una caratterizzazione dei personaggi qui, come in Concerto nel 1936, davvero ben curata, al minimo dettaglio. In paritoclare inquesto film è l'aspetto folkloristico di una società che si perde dietro inutili celebrazioni, smarrendo il senso per la praticità, per il pragmatismo, per l'utilità....ma finendo per instaurare i rapporti umani tramite una sorta di cerimonioso asentimentalismo. Alle inquadrature sui paesaggi e sui volti rugosi di questo film, il regista Anagnosti alterna atimi di buio totale con voci fuori campo che si accavallano l'una sull'altra in un esilarante gara del non sense. Ci sarà un po' di Fellini in questa società così buffonesca?
Chissà.
Fatto sta che in questa critica al vetriolo nei confronti di una società che è troppo poco attenta ai problemi del singolo, fino a trascurare perfino la dignità di un bambino - passando attraverso la raffigrazione delpassaggio dal'infanzia all'adolescenza, in un Mondo in cui si vuole sempre tutto e subito - Anagnsti riesce a dipingere con colore e vivacità un contesto di ipocrisia, opportunismo e vizio, presentando l'età dell'innoicenza anche come quella della aggezza e smontando l'aurotità dele istituzioni, fino a ridurle ad un ammasso di insignificante artefazione.
Un gioiello di film.








Slogans, di G. Xhuvani





Film del 2001. Storia semplice ma dal sapore assurdo. Realista e sagace, riesce a dipingere la triste realtà di un'albania oppressa dal regime comunista.

Negli anni Settanta un giovane maestro di nome Andre viene spedito in un paesino di montagna ad insegnare nella scuola locale. Scoprirà che il primo compito di un docente è quello di propagandare le idee del partito, organizzando squadre di bambini per realizzare la compsizione di slogans - mediante mattoni o pietre - da collocare sul fianco delle colline circostanti, affinché siano visibili da lontano.
Nascerà fra lui ed un'altra insegnante una storia d'amore dimessa e sussurrata che, una volta scoperta, porterà all'arresto di Andre e alla vittoria del totalitarismo sulla libertà.
Non ci sono grandi slanci tecnici, estetici, ma un forte realismo, incentrato sulla forza della parola e di una sceneggiatura di per sé ben redatta.
La direzione degli attori è buona ed il film fa forza sulla spontaneità di questi ultimi, inframezzando squarci di umorismo e di comicità ad attimi di di drammaticità, che via vuia prenderanno campo fino a contaminare l'intera pellicola di quell'amarezza che all'inizio rimaneva sommessamente in sottofondo.
Paesaggi e luci aiutano i protagonisti, talvolta, a tacere con la bocca e ad esprimersi con sguardi speranzosi verso l'orizzonte.





Tirana anno zero, di F. Koçi





Il Germania anno zero di Rossellini è indubbiamente servito da archetipo a questo bel film, girato nel 200, sulla condizione dei giovani albanesi nella loro terra d'origine, in un momento in cui il loro Paese sta attraversando prorio l'anno zero, cioè la fase in cui dover alzare la testa, sotto il peso di mille problemi, contraddizioni e con la sfiducia data dalla tagica realtà delle cose.

La storia è quella del ventitreenne Niko, fidanzato con Klara, la quale aspira ad andar a vivere in Francia o in Italia. Niko ha un padre malato, che esaspera la sua condizione per attirare l'attenzione die familiari. Così il peso della famiglia è tutto sulle spalle di Niko, che per lavoro guida un vecchssimo e malridotto camion cinese, relitto del Comunismo.
Esasperata da questa situazione ristagnante, Klara decide di fuggire con un amico di Niko. Ma, pentitasi, tornerà dal foidsanzato, rendendosi conto che realizzarsi al di fuori della propria terra d'originee poter vivere un amore senza confini è impossibile.

Anche qui, in omaggio al Neorealismo italiano, che indubbiamente hacondizonato fortemente il Cinema albanese, c'è un realismo esasperato, sentito, insistito. Tuttavia lo sguardo non sempre è estremamente oggettivo e documentaristico, ma si lancia in visioni intime. bellissima è la soggettiva dal camion, per le strade di una Tirana a metà fra il rudere e la rinascita. Così come l'ultima inquadratura: una carrellata che si diluisce a perdita d'cchio. Che prima segue i persnagi che camminano in una radura irta di rovine e di relitti, poi li suoera fino a mostrare lo sconfinato stato di degrado e limpossibilità di uscire da una situazione di piattume totale.
Il personaggio del protagonista è in tutto e per tutto positivo, sprizzante voglia di riscatto e desiderio di emergere, nonostante i continui rimproveri della madre. Ma, proprio per quest'ultimo aspetto, mi ha ricordato un po' la figura del protagonista di Sotto il sole di Roma, di R. Castellani, considerata una delle vette del cosiddetto Neorealismo rosa (anche se per me di rosa non ha proprio nulla, ma vabbeh....): un ragazzo, in realtà, molto più scansafatiche, ma a suo modo anch'egli sofferente per la situazione di stallo e la mediocrità del contesto sociale in cui vive e per il quale la morte del padre - così come accadrà per Niko - significherà una svolta negativa, ma anche il pretesto per ricominciare davvero da zero.

Che altro dire? Attori bravissimi (tra cui Nevin Meçaj, Ermela Teli, Rajmonda Bullku, Robert Ndrenika), che si superano per spontaneità.
Un solo difetto, sicuramente non da poco, ma che testimonia, se vogliamo, la difficoltà di fare Cinema in Albania, fra scarsità di mezzi tecnici ed economici: in moltissime inquadrature si vede l'ombra o addirittura la figura intera del microfono per il suono in presa diretta, che il regista ha omesso di tenere fuori campo.
Ma per noi che godiamo (o, per altri versi, soffriamo) dei De Laurentis e compagnia bella....è sempre facile parlare.
Un ottimo film.






Eden abbandonato, di E. Milkani.





Personalmente il film, fra tutti, che ho preferito. Si tratta di un cortometraggio del 2002, della durata di venti minuti.
La storia è vaga: un villaggio del sud dell'Albania, poca gente, tante case, paesaggi, suoni. Un bambino arriva dal mare. La gioia sembra esplodere fra gli abitanti del villaggio, che adesso sembrano uscire allo scoperto. Ma forse la felicità durerà poco. Il bambino, che rappresenta il futuro, potrebbe lasciare quelle terre e far ripiombare il paese nell'oblio e nel vuoto assoluto.

Questa è una metafora bellissima - come è emerso anche dalle parole del regista E. Milkani, nell'incontro con il pubblico che ha seguito la proiezione de film - del triste spopolamento di un Albania che conosce sempre più atrocemente il fenomeno dell'emigrazione. Un punto di vista insolito, per noi che siamo abituati a trattare di più il problema dell'immigrazione; anche se in verità non mancano nemmeno in Italia stupende pellicole quali Gli emigranti, di A. Fabrizi, Nuovomondo di E. Ciarlese. Ma, soprattutto, Lamerica di G. Amelio, guarda caso, proprio girato in Albania e inerente proprio il problema del miraggio italiano per il popolo di Tirana.

Ma il punto di vista di Milkani è originaleed insolito, dicevo, pima di tutto perché focalizza l'attenzione sul luogo, sul paesaggio, prima che sull'uomo. La sua è una storia di radici, prima che di alberi. Di tadizioni, prima che di innovazioni.
Di protrazione del passato e del presente, prima che di sguardo verso il futuro. Anche perché il futuro, ahinoi, sappiamo essere vuoto e privo di positività.

La bellezza di Eden abbandonato sta nella quasi totale rinuncia alla parola. Qui sono i suoni della natura a parlare. Le immagini, le riprese girate in quei soli dodici giorni, con uno spirito che non esiterei a definire più fotografico che cinematografico, nella misura in cui si ricava finzione dalla realtà. Quest'opera è letteralmente sogiogata al volere della natura. Milkani ha dovuto andare a caccia di nuvioe, di pioggia, di vento, di sole. Tutto in pochi giorni. Come un fotografo.
Ma Eden abbandonato è Cinema per altrettanti buoni motivi. Per l'idea di natura che soprassiede l'uomo, per quelle stupende inquadrature di u cielo livido, scolpito dalle nuvole come specchio di un Paese che, all'inizio del film, sembra popolato solo da anziani che si sono rassegnati alla rurale routine di tuti i giorni. Lenzuoli neri appesi, insegno di lutto, per un paese che sta morendo sotto gli occhi di tutti. Case abbandonate, diroccate. Perfino una campana suona, senza che nessuno la sfiori, ma solamente perché il vento muove il ramo di un albero a cui è legata tramite una corda.
Immagini bellissime di un paesinoa sud dell'Albania, preservatosi proprio nelle sue antich tradizioni.

L'arrivo di un bambino, inizialmente percepito attraverso il suo pianto ed i suoi vagiti fuori campo, porta gioia e sole (finalmente le nuovle si aprono e danno spazio alla luce) nel villlaggio. Spunta qualche giovane. Si balla e si canta, nelle più antiche tradizioni folkloristiche del Paese.
I panni stesi sono bianchi, in segno di speranza e nn più neri, a simboleggiare il lutto.
Il prete battezza il bambino, come in una sorta di celebrazione pagana della riconciliazione e della speranza. Ma l'acqua utilizzata per la cerimonia scivola, ripresa iattraverso una encomiabile sequenza - costruita su un montaggio perfetto - che scende dala chiesa, per le strade, fino a raggiungere il mare. Elemento, qui, di estraneità, che implica diffidenza.
E tutto vien prontamente disilluso da un mare che attende di essere solcato da una barca che strappi le vite giovani alle tradizioni e alle rwdici del loro Paese d'origine.
E tutto ripiomba nell'oblio.

Non c'è una parola. Solo qualche canto popolare, donne e uomini che si uniscono in un coro tradizionale. Anche in questo, oltre che per il "realismo surreale" - passi il termine - Eden abbandonato mi ha ricordato molto il Fata Morgana di W. Herzog. Girato nello stesso spirito di filmare il mistero che si cela soto l'immagine evidente della realtà.
Nell'oera di Herzog era la furia colonizzatrice dell'Occidente ad essere messa in discussone.
Qui è il desiderio di fuggire e di rinnegare le proprie radici ad essere fulcro dell'opera di un regista eclettico che dovrebbe essere notato sulla scena mondiale.


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venerdì, 04 luglio 2008
Ore 11:04

Prendendo spunto dal titolo dell'ultimo capolavoro di Cronenberg, scrivo qui, in realtà, per il solo gusto di commentare dei film che soffrono di un silenzio immeritato, ma purtroppo più che comprensibile.
Il Cinema albanese è ricco di spunti, soprattutto se si pensa alle tutt'ora ostiche condizioni di vita in quel Paese e alla mancanza di mezzi per poter girare film alla pari degli occidentali.

So che sarà difficile che riusciate a recuperare questi titoli, che sto avendo la fortuna di veder proiettati, in lingua originale e con sottotitoli in italiano, all'undicesimo Genova film festival.
Tuttavia, non si sa mai che un domani non vi capiti di beccare qualche rassegna o retrospettiva proprio sul Cinema albanese e che non vi imbattiate in queste pellicole. Discuterne, anche allora, sarà sempre piacevole.

Da quello che finora ho potuto vedere, il Cinema albanese soffre, naturalmente, oltre che della povertà e del basso tenore di vita del Paese, anche di un recente passato fatto di isolazionismo ed antiprogressismo all'inversosimile, sotto il giogo del Regime comunista, capace di riversare i propri limiti ideologici, naturalmente, anche sul Cinema, il quale è sempre stato, fino al 1990, più un mezzo di propaganda che di espressione o comunicazione artistica.

Inutile dilungarsi sugli aspetti che riguardano, quindi, la censura.

Man mano che il dominio comunista, però, veniva lasciato alle spalle, le vedute del Cinema albanese si ampliavano, per divenire, oggi, un'avanguardia della settima arte, fra le più snobbate e tascurate, sicuramente, comunque, ancora fortemente influenzata, artisticamnte, dalla linarità e dalla semplciità del Neorealismo italiano e di quello francese.

Ma credere che il Cinema albanese sia limitato, per questo, per quanto riguarda la sua peculiare personalità, è quanto di più sbagliato.
Anche nella visione dei primi due film che ho potuto apprezzare - Concerto nel 1936 (1978) di S. Kumbaro e Un racconto del passato, di D. Anagnosti (1987) - opere compiute a regime non ancora scioltosi, ho ravvisato dei tratti tipici, caratteristici, indubbiamente folkloristici e di sicuro lungi dall'essere definiti in maniera assoluta come "film di propaganda". Anzi, tutt'altro.
Spenderò, d'ora in avanti, due parole per parlare di questi film , tasselli, nel loro insieme, di un universo a me, come a voi, totalmente sconosciuto.







Concerto nel 1936 (1978), di S. Kumbaro




Purtroppo non ricordo nemmeno i nomi degli interpreti.
Sta di fatto che la storia è di per sè semplice, basata su una sceneggiatura concentrica, che parte, cioè, da un evento centrale per mostrare sviluppi ed evoluzioni di fatti secondari ad esso subordinati, per poi tornare, definitivamente, a concentrarsi sul primo e principale oggetto di narrazione.

Una celebre cantante attraversa la povera e fangosa campagna albanese per giungere in una cittadina a portare conforto alla popolazione afflitta dalla miseria, con la sua voce piacevole e le note di un pianoforte (trasportato su un carro di buoi) suonato da una musicista sua amica.
Il suo arrivo nella città, fra progressisti e conservatori, genera scompiglio e suscita una piccola reazione poplare in un Albania repressa, negli anni degli intensi rapporti con l'Italia fascista di Mussolini e Vittorio Emanuele III.

La rappresentazione di Kumbaro è, come dicevo, concentrica, ed indica nelle costanti panoramiche spesso a trecentosessanta gradi, la situazione senza via d'uscita di una società poevera, in degrado fisico ed intellettuale.
Il film si apre, nei titoli di testa, con un disco di vinile che gira senza mai fermarsi.
All'arrivo delle due donne in città, gli animi dei cittadini si scaldano subito, emergono immediatamente le fratture fra cattolici e musulmani. In una sequenza girata in un'osteria - uno dei pochi set al chiuso, che si alternano all'unica ambientazione all'aperto che è la piazza della città, sovrastata da un inamovibile municipio - il regista opera subito una carrellata diluita e senza meta sui volti scavati, rugosi e rovinati dei cittadini albanesi.

C'è chi dai propri occhi riversa speranza. C'è chi invece ostenta diffidenza.
Fra gli ufficiali, che giocano continuamente ad un divertentissimo scarica barile (che tanto ci ricorda le continue rinunce alle proprie responsabilità da parte dei politici italiani, anche attuali), le caratterizzazioni si fanno marcate: ci sono prefetti progressisti. Ci sono sindaci conservatori. Ci sono soldati che balbettano, mostrando l'insicurezza dell'esercito quale istituzione primaria, nella gestione dell'ordine pubblico e, quindi, della vita nel Paese.
E tutto pare una giostra disordinata, che ruota intorno a quell'unico evento che porta scompiglio in una cittdina persa nelle campagne dei Balcani.

Per certi versi, il colore eterogeneo e la varietà dei volti di questo film mi ha fatto immaginare che Lasse Hallstrom, nella sua sentita denuncia al conformismo a cui ha dato vita in Chocolat, per certi versi, per talune suggestioni, si sia ispirato anche all'opera di Kumbaro.
Mah....chissà. Magari non c'entra nulla.
Ma l'impressione che questo Cinema albanese, così trascurato e dimenticato, si sia fatto strada sugli schermi di certi cinefili, per imprimere sensazioni e spunti anche nel Cinema occidentale, si fa sempre più largo nella mia mente.

 


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martedì, 01 luglio 2008
Ore 11:54

Religione utopica significa, in definitiva, che si sta parlando di un film che tende in ogni modo all'infinito, in ogni sua forma, cifra e significato. Nulla è isolato, nell'opera di Kubrick, ma si riproduce innumerevoli volte, ciclicamente e costantemente: dai movimenti, ai tratti grafici, dalle musiche ai silenzi. 2001 è una perpetua ricerca della meta, di una realizzazione dell'individuo nell'in(de)finito del tempo, dello spazio e della specie. Il risultato lo conoscamo tutti: manca, a tutti gli effetti, una meta finale, ma si riproduce con inquietante puntualità solamente la Storia dell'evoluzione, in un incomprensibile gioco di progresso/regresso, in un processo impercettibile di autoproiezione, nella scoperta atroce - del tutto simile alla conculsione del capolavoro letterario di G. Garcia Marquez, Cent'anni di solitudine - di un relativismo formale e di un rigore, al contempo, tutto deterministico degli eventi, che soprassiedono l'uomo e ad esso si palesano con devastante fatalità.

Questa ricerca evolutiva, questa realizzazione che porta lo scienziato a ricercare se stesso, sfidando le "sirene" proprio come faceva Odisseo nell'Odissea omerica, giunge alla scoperta di un punto di non ritorno, sfonda le barriere del destino e coglie il signifcato della vita, la quale, come vedremo, è a tutti gl effetti priva di significato per l'individuo, ma si vota in tutto e per tutto alla sopravvivenza della specie.

In questo senso, ogni scoperta scientifica, ogni salto evolutivo, avvengono non per migliorare l'esistenza del singolo, ma per protrarre quel ciclo infinito, diluito, che si ripete senza che nemmeno lo si possa riscontrare: in effetti, in questo senso, la religione utopica di 2001 risponde ai caratteri del tutto naturali della vita, in cui questo ciclo sembra rpetersi all'infinito: la Terra gira intorno al Sole, in un moto perpetuo che pare non conoscere vie d'uscita. La vita conduce sempre alla morte. Il particolare conduce sempre all'universale. Il significante conduce sempre al significato. Provare s svertire quest'ordine, equivale ad addentrarsi in una sfda senza uscita, che potebbe condurre a scoperte sconfortanti, quale quella di un'involuzione comunque già scritta, già programmata, già avviata: un ritorno alle origini.

Allora la religione utopica di 2001 si traduce, nelle immagini, nel relativismo formale più spinto, più insistito: tutto rimanda, in questo film, alla dimensione impossibile di Maurits Escher: ogni concetto, ogni approdo della scienza, ogni meta conquistata cede all'incertezza e la vita diventa un balletto, seppur armonioso, totalmente inconsapevole, in balia di una ripetizione ciclica che della "grande evoluzione" ha solo le sibilline sembianze.
Il Danubio Blu di Strauss accompagna dolcemente questa danza dell'evoluzone/involuzione: è la musica "illumnista" per eccellenza.

La sequenza del viaggio nell'assoluto, che segue immediatamente quello stacco millenario in cui il simbolo della violenza animale, recante l'aspetto della natura che continua comunque a dominare l'uomo (scimmia) porta allo strumento più elegante, innaturale che ci sia: un satellite che fluttua nello spazio infinito, che dà immediatamente la sensazione di veder rappresentato un potere illimitato, un dominio assoluto e dell'assoluto, da parte di un essere umano ormai completamente realizzato. L'osso vola, ma necessariamente cede alla legge di gravità, precipitando, riabbattendosi con travolgente potenza sull stesso soggetto che, lanciandolo, ha comunque salito un gradino dell'evoluzione. Nonostante questo lieve progresso, la Natura continua a dominare l'Uomo e proprio l'evoluzione è avvenuta per volontà (o per andamento inconfutabile degli eventi) di un Monolito che, a sconda delle interpretazioni, può rappresentare un punto di svolta, un testimone, quando non proprio il volere e la soggezione alla Natura o all'infinito.
Il satellite, per contro, non cede alla forza di gravità. Flutua e galleggia nello spazio, con eleganza suprema. Il dominio dell'uomo è segnato da un passaggio millenario, sintetizzato in due inquadrature: l'uomo assoggettato alle leggi della natura. L'uomo imperturbabile di fronte alle leggi della natura.

Tutto questo, dicevo, si racchiude, però, già in un percorso ciclico, un moto perpetua che indica una situazione senza sbocchi.
D'ora in avanti, ciè che era sempre stato, in un paesaggio primitivo e svuotato di vita quale era quello inziale, non è più. Se prima avevamo comunque certezze e punti fermi, adesso è la distorsione geometrica più esagerata ad aver preso il sopravvento: l'evoluzione dell'uomo ha portato quest'ultimo a perdersi in un relativismo che allontana le sue stesse tesi certe esicure dalla verità assoluta.
Il balletto all'interno dell'astronave, in cui lo scienziato è colto a un torpido sonno (non a caso), mentre quel ciclo di evoluzione/nvoluzione continua a compiere il suo corso, mentre una donna si muove lentamente, a passo di "danza", sulle note "sapienti" del walzer di Strauss, ogni ordine ed ogni criterio logico viene totalmente sovvertito.
Ogni forma ed ogni contorno risulta incerto: l'hostess della compagnia di navigazione, che vediamo afferrare una penna in balia dell'assenza di gravità, cammina ora sulle pareti, assecondando smepre quel moto circolare, cambia posizione, stravolge il senso e la logica della geometia spaziale.

Come del resto amava fare anche il celebre pittore Mauritz Escehr, Kubrick riproduce solamente l'onnipotenza dell'uomo nello spazio, che tuttavia si tramuta in incertezza e relatività: la dimensione impossibile del progresso:

escher14[1]

2001-6[1]



venerdì, 27 giugno 2008
Ore 10:30

2001-odissea-nello-spazio[1]



Secondo me credere che 2001 - Odissea nello Spazio di S. Kubrick sia semplicemente un film di fantascienza riduce fortemente le potenzialità di questa pellicola, che a parer mio può tranquillamente uscire dal "seminato" cinematografico per andare a configurarsi come una delle più grandi opere artistiche del Novecento, capace com'è di porre dilemmi, quesiti, senza tuttavia ostentare presuntuosamente un seppur minimo barlume di risposta certa.

Innanzitutto credo che sia opportuno cercare di distinguere fra la fantascienza vera e propria e l'arte utopica.

La Fantascienza, sia pure narrativa o in forma di fumetto (che, come è noto, proprio dall'avento del Cinema, si può dire negli anni Trenta, ma anche e soprattutto dai Settanta, stagione fresca fresca per questo genere, grazie proprio all'imput fornito dal film di Kubrick, rimangono pur sempre in posizione di subordinazione rispetto alla Settima arte, la quale è il tramite migliore per fornire "un'estetica in movimento", la materializzazione a trecentosessanta gradi delle paure e degli sopazi inconsci dell'uomo), è caratterizzata diffusamente dai caratteri dell'immanenza, conceto meta-filosofico che può comprendersi essenzialmente contrapponendolo aquello della trascendenza. La Fantascienza si è spesso premurata di verificare, di materializzare - e non al contrario, di smaterializzare o di scomporre - delle idee, dei concetti che difficilmente possono tradursi in immagine. Spesso e volentieri accade che questo genere (narrativo, ma soprattutto cinematografico) si ricavi lo scopo di dare una risposta, piuttosto che solamente di creare dei quesiti da lasciare all'autonoma interpretazione di chi fruisce il prodotto. La Fantascienza, intesa come materializzazione dell'immanenza, tenta di dare risposte sui problemi ai quali la società ad essa contemporanea (come abbiamo già detto, principalmente gli anni Trenta e gli anni Settanta) tende ad affacciarsi. Nei primi anni Trenta si tratta dell'incubo della tecnologia, dell'imperialismo e del potere di industrie sempre più voraci che rischiano di distruggere e di annientare la dignità umana. Concetti che Charlie Chaplin ha saputo descrivere con altrettanta maestria attraverso la comicità, la sola mimica del corpo e del volto, nella commedia amara. Ma che non può trascurarsi che anche Fritz Lang con il suo Metropolis, direi un'opera fortemente immanente (anche se contaminata, qua e là, anche dai caratteri tipici della trascendenza: si veda il tema tipicamente espressionista del doppio, così come quello della rivelazione, in una dimensione onirica che sembra, tradendo proprio queste stesse tesi fantascientifiche, rifuggire totalmente la realtà per andare a risiedere in dimensioni più elevate e meno decifrabili dell'animo umano), sia riuscito a fare.

Comunque, senza dilungarsi troppo, basti ricordare film quali Il pianeta delle scimie di J. F. Shaffner, Zerdoz di J. Boorman (anch'esso, in realtà, affetto dai germi - nell'accezione non negativa del termine - della trascendenza), Arancia meccanica, di S. Kubrick, Lo squalo, di S. Spielberg, Jurassic Park di S. Spielberg, per comprendere come il fulcro della fantascienza intesa come "idea immanente" sia effettivamente l'essere umano proiettato nella sua accezione sociale. Metropolis o Zerdoz (e, forse, anche se in maniera inferiore, anche un Conquest di Lucio Fulci, volendo citare una volta tanto un'opera italiana, in questo oceano tutto anglo-americano) si propongono di denunciare, più che di interrogarsi. Così come fa anche Il Pianeta delle scimmie, tanto nella versione originale, ad opera di F. J. Shaffner, quanto nel remake di T. Burton del 2001. In questi film è analizzato il comportamento dell'uomo, spesso la sua sete di dominio, le sue contaddizoni più forti, nella contapposizione ad una natura, un Mondo esterno che stenta ad essere dominato. Temi carissimi allo stesso Boorman, che riprenderà attraverso altri "generi", in opere quali Un tranquillo week end di paura o La foresta di smeraldo, ma che tuttavia trovano in questa Fantascienza, così attenta al problema sociale, al contesto e all'aspetto esteriore (o estetico) dei concetti che elabora, il tramite migliore per esere trattati.

In che cosa si differenzia 2001 di S. Kubrick (e con esso, una miriade di altri film) rispetto a queste opere?
E' innegabile che in quest'opera il centro del discorso sia sempre e comunque l'essere umano. E non si può nascondere il fatto che quello che Kubrck compie sia effetivamente un viaggio, una vera e propria Odissea, appunto.
Ma seppur ancora una volta risulti evidente che aggrapparsi ed affidarsi ciecamente alle catalogazioni per "generi" sia abbastanza fuorviante, nella misura in cui certe considerazioni che si stanno facendo risultano talvota contradditorie, quando la trascendenza riscontrata qui, può essere contaddetta da forti rimandi all'immanenza (si veda il contesto corale, fortemente sociale, della prima sequenza, in cui non conta il singolo, ma il gruppo)...beh...nonostante questo, dicevo, può dirsi che l'attenzione del regista sia maggiormente puntata sulle zone inesporate delletica, non della ragione, ma del mistero. Gli stessi spazi insondabili che David Lynch è capace di sviscerare in maniera sublime attraverso altri generi, forse in maniera pessima proprio tramite un'opera quale Dune, che all'apparenza risponderebbe ai caratteri del film di Kubrick.

Insomma, 2001 è la trascendenza, la deificazione, santificazione dell'uomo, che è e rimane il fulcro dell'opera, l'idea di partenza e quella finale. Ma tale assunto non va preso alla lettera e necessita di specificazioni, come quella poc'anzi fatta, che si dilunga - non futilmente - sul carattere "sociale" dei primi dieci minuti del film.
Ma tale dicotomia è in realtà la stessa che poi da un senso di tascendenza al film, lo stesso che parrebbe vagamente impregnare anche i fotogrammi di Zerdoz: da una parte c'è l'uomo, finito, morto. Dall'alta c'è il genere umano, infinito, dominatore.
Il ciclo morte-vita-morte si ribalta, in Kubrick, per divenire vita-morte-vita, tendendo a celebrare l'essere umano, proprio come un essere trascendente. Il feto nell'inquadratura finale soprassiede all'esistenza del singolo astonauta. L'uomo si ripropone a se stesso. L'uomo diventa il Dio degli uomini, assecdonando, probbilmente senza nemmeno sapero, il concetto di "Religione dei diritti" teorizzato da Emile Durkheim, che propprio in vista di un prossimo esame sto studiando.
E' questo, in ogni caso, il concetto di trascendenza di 2001, che lo allontana evidentemente da opere quali Jurassic Park di Spielberg (ma prima ancora, di Chrichton, che ha saputo, sulle agine, tadurre in parole concetti che Spielgerg ha omesso di fare nel suo film): qui l'uomo dominatore cessa di esistere, sopraffatto da una natura che invece si rivelerà dominare l'uomo. Come accade anche in Zerdoz di Boorman.
In 2001, invece, la contrapposizione principale è quella fra singolo individuo e genere umano. L'esplorazione di quegli spazi insondabili della coscienza individuale - traducibili anche in metafora cinefila e cinematografica, per cui l'occhio artificiale (il Cineocchio) si addentra e si avventura in dimensioni parallele, scomponendo e scindendo il significato dal significante ed aprendo così un varco fra il mezzo (Cinema) e l'oggetto (la realtà) - portano l'uomo a scoprire di non essere altro che il prodotto di se stesso, nella sua accezione generale, collettiva. L'essere umano è, in 2001, viaggiatore attonito, stupito, schiacciato dal peso della scoperta, che apprende di essere limitato, già tracciato o desegntao nel futuro,vecchio, steso in un letto a scandire gli ultimi istanti della sua esistenza. Il genere umano, invece, ha vita eterna.
Così si determina quella separazione netta che opera Kubrick nella sua opera, che è quella fra vita e Storia.

Se nei primi dieci minuti di film un gruppo di scimmie è incapace di evolversi, non fa nulla per incrementare e per aiutare la propria specie, tanne che nell'ultima inquadratura di quella sequenz,a in cui un individuo scopre un modo nuovo di "utilizzare" la natura circostante....Quello stacco millenario - storico, di per sè - ci fa comprendere come l'evoluzione della specie sia avvenuta per mezzo di singole unità che hanno represso ed accantonato la propria dignità, servilmente in ossequio al genere di appartenenza.
Così l'uomo diventa fedele e Dio allo stesso tempo. Si ripropone all'infinito, in un circolo vizioso che non fornisce una benché minima possibilità di riscatto.

In questo senso, allora, può dirsi che 2001 - Odissea nello Spazio sia davvero un'opera di religione utopica: la ricerca costante della propria origine, la realizzazione personale, il dominio dello Spazio e l'onniscenza inversamente proprorzionali all'auto conoscenza, la tensione all'infinito e la smentita immdiata tramite la rivelazione del limite (di individuo e specie), attraverso la prostrazione e l'eterno servilismo. L'uomo che si ripropone all'infinito, in un perpetuo moto circolare (insistito per tutto il film), il "superomismo" che prende nettamente le distanze da quello boormiano, che termina, definitivamente, in una sconfitta non solo individuale, ma anche generale, collettiva, sociale.



mercoledì, 25 giugno 2008
Ore 14:44

alfredino[1]

Accadeva proprio l'anno scorso che mio fratello, sul suo blog, che ad oggi è tristemente inattivo, scriveva di una tragedia sommessa, quasi sussurrata come una leggenda scomoda, tramandata di madre in figlio, quasi una storia da liquidare in fretta, nella necessità di dover immediatamente cambiare discorso e parlare d'altro.
Sempre l'anno scorso mio fratello riportava quel post sul forum di FilmUp  e ad esso ne aggiungeva un altro, in cui accostava quella "triste storia", così commovente, perfetta nella sua tragica fattura, ai versi di una celebre canzone di Metallica.
Fu proprio allora che quella che per me era solo una vicenda udita di sfuggita - forse nelle raccomandazioni di mia mamma, affinché, nel mio girovagare, da bambino, per la campagna, prestassi attenzione ai pozzi e ai fossati - mi contagiò irrimediabilmente di una febbre incurabile, che è quella che colpisce chi si butta nella ricerca forsennata della verità.
Fu leggendo il post di mio fratello che iniziai a capire un po' di più sulla tragica storia di Vermicino, che fino a poco prima cooscevo confusamente come il bambino caduto nel pozzo.

Lessi con gran interesse le risposte al suo post, sul forum, così come sul suo blog. Ma purtroppo mi dovetti accontentare di poca roba: erano davvero scarsi i commenti di coloro che degnarono simili argomenti della loro attenzione.
Così mi adoperai per cercare su Internet qualcosa in più su questo fatto. Ma devo ammettere che, tranne l'onniscente Wikipedia e pochi altri siti (fra cui quello della Rai, che fa riferimento al documentario girato per il programma La Storia siamo noi, in occasione del venticinquesimo anniversario di questa tragedia), erano soprattutto i blog, fino all'anno scorso, a fare riferimento a questa storia così triste. Mi pareva quasi che si volesse dare voce ad una vicenda che in qualche maniera sembra essere stata insabbiata in tutta fretta, rimossa, cancellata dalla memoria storica per non riaffiorare mai più.
Ecco, se c'è una cosa che non sopporto è proprio questa. Una storia come questa, che ha subito, su di sè, la luce abbagliante dei rifletori mediatici per tre lunghissime giornate, improvvisamente viene volutamente dimenticata, perché fa troppo male pensare che, per una volta, non esiste un colpevole, non esiste un orco su cui abbattere tutta la nostra depresione, la nostra impotenza, la nostra fragile sofferenza che ci deriva dalla sconfitta.

Così iniziai a documentarmi. Mi imbattei, neanche a farlo apposta, proprio pochi giorni dopo aver letto i post di mio fratello, in un libro, dal titolo Vermicino, L'italia nel pozzo. , scritto da Massimo Gamba ed edito da Sperling e Kupfer, e che altro non è che il libro che più volte ho citato nei cinque post che dedicati a Vermicino e che potete trovare raccolti nel mio
blog .
Un libro interessantissimo, di cronaca dettagliata, ma in cui non manca una certa partecipazione da parte dell'autore a questa tragedia vissuta in diretta. Un'opera che perfino sua maestà Niccolò Ammaniti (che adesso, si vocifera, sia proprio impegnato nella scrittura della sceneggiatura di una fiction su Vermicino) ha definito "serrata ed emozionante".
Un libro che non solo ripercorre minuto per minuto quei tragici tre giorni, ma è in grado di fornirci altrettanto puntualmente notizie e descrizioni sul contesto sociale, politico e culturale di un'Italia che proprio da questo evento è stata in parte cambiata, oltre che adoperarsi in un'analisi approfondita degli anni a seguire i fatti di Vermicino (i processi e quant'altro), intraprendendo un percorso cronistico degno dei migliori scritti del genere, ma anche gettandosi in considerazioni intime, paragoni e similitudini letterarie, quasi artistiche. Insomma....a leggere quest'opera, sembra di vivere quella terribile esperienza. Oppure sembra di leggere una magnifica sceneggiatura da film.

Ma ciò che è più importante è che è proprio Gamba a far notare al lettore che quella di Vermicino è una tragedia rimossa, volutamente dimenticata, accantonata in un angolo della coscienza di ogni cittadino italiano.

Personalmente, come ho detto prima, provo un forte senso di ingiustizia, nel vedere che quelo stesso fatto di cronaca, una piccola tragedia privata, di campagna, che per tre giorni si è trasformata nel primo grande reality show all'italiana, ora giacia abbandonata, stracciata, impolverata nel profondo dell'animo di chi l'ha a suo tempo vissuta da spettatore.
Per questo sento il bisogno, probabilmente come molti altri bloggers, di parlarne, di discuterne, di ragionarci sopra.

Perché credo che l'omertà che grava ingiustamente sulla storia del povero Alfredino dipenda proprio dal fatto che, mentre per il piccolo Samuele di Cogne le condanne, bene o male, sono fioccate, mentre per il povero Tommy (ricordate? Il bimbo che fu ucciso a badilate da un malvivente) un mostro c'è stato, mentre per la strage di Erba gli assassini sono stati trovati subito....Qui non c'è un colpevole, non esiste qualcuno che si sia macchiato di un crimine.
Il caso di Vermicino è solamente la sconfitta de genere umano, che oggi è capace di sbarcare sulla Luna, ma un attimo dopo non è in grado di salvare un bimbo caduto in un pozzo. L'Italia si ferma, trema, segue con trepidazione la sorte di un bambino, che è appesa ad un filo. Gli italiani si chiudono in casa, fuggono da quel caldo opprimente che martella sulle loro teste già da diversi giorni, hanno finalmente trovato un diversivo con cui riempire il vuoto di un 1981 che ha bisogno di un evento lieto, di una favola che finisca bene, dall'epilogo roseo e positivo per una nazione martoriata dalla corruzione, dall'ombra del golpe (la loggia P2), dal terrorismo di ogni genere e matrice (Brigate rosse, l'attentato al Papa).

Ma questa favola non finisce bene. L'Italia non ha il suo lieto fine. Così la diretta più lunga della storia della televisione italiana si trasforma in pretesto per allietare le serate degli italiani, che disertano la vita notturna per le strade, ma rimangono a santificare quel nuovo focolare domestico, che è un Televisore sempre più schiavista, sempre più prepotente, invadente ed inquietante, ad illuminare, ciascuno, la cornice della propria finestra, creando quel clima d'aria d'estate, da finale dei mondiali, in cui ogni palazzo pare un formicaio che brulica di vita, di attesa, di impaziente attesa.

Ma l'attesa termina la notte di quel tredici giugno, in cui i riflettori si spengono ed in cui il goal è mancato, lasciando con l'amaro in bocca tutti gli spettatori presenti sugli spalti o tutti coloro che seguivano la "partita" davanti alla Tv. E così, Cristo è crocifisso. L'asso nella manica è stato giocato, bene o male, anche se non ha portato i risultati sperati. E la televisione non sarà più la stessa.
Forse la società non sarà più la stessa, ingenua e impreparata ad un evento di morte, ad uno spetacolo di sangue, grida, lacrime, ma diverrà sempe più maliziosa.

Ogni tanto penso a che cosa succederebbe oggi, se un bambino cadesse in un pozzo ed i soccorsi risultassero tanto difficoltosi da richiamare l'attenzione pubblica in tal maniera. Forse non ci sarebbe solo quell'unica, temeraria ed iriverente cinepresa a monitorare quell'agonia protratta nei giorni.
Ma probabilmente ognuno sarebbe presente, a Vermicino, con il suo videofonino, con la sua telecamerina, a registrare la sua presenza, a marcare il diario delle sue esperienze vissute, a poter mostrare al Mondo ed urlare, in quell'ammasso di voci che si accavallano l'una sull'altra, che lui c'era, senza rendersi conto, in realtà, di non star registrando in diretta soltanto la morte di un bambno, ma di star filmando l'agonia di un'intera società, dell'intro genere umano.

Perché da quel 13 Giugno del 1981, da quando la morte si è fatta consuetuine, anche se gli italiani hanno voluto dimenticare Alfredino, in realtà, ogni giorno la televisione ci strazia con qualche nuovo Vermicino , ci assorda con il coro stonato e stridente di una miriade di voci che sanno solo ammasarsi ed agrovigliarsi vicendevolmente, ma di certo non sono capaci di ascoltarsi reciprocamente
Probabilmente, Fellini, che aveva espresso la volontà di girare un film su questa vicenda, nel suo La voce della Luna ha racchiuso anche qualche suggestione derivatagli da questa brutale esperienza, vissuta, come tutti gli italiani, sulla porpria pelle.

Ed in effetti quello è stato il suo ultimo film. Una sorta di testamento cinematografico in cui, dopo essersi reso conto di far parte di un mondo crudele, tribale e selvaggio, che il 13 giugno del 1981 è precipitato in un pozzo nero, buio profondo, senza essersi mai più risollevato, Fellini, come Alfredino, prega solo di riflettere, chiede solo un po' di umano silenzio.








Ciao Alfredino. Che il tuo sacrificio, almeno, non risulti vano. 


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mercoledì, 18 giugno 2008
Ore 15:32

Sabato 13 giugno





Ore 0 e 00: trascorse ormai cinquantatré ora dall'inizio di questo Calvario, la vita del povero Alfredino è appesa ad un filo e solo il coraggio di Anglo Licheri, quest'uomo venuto dal nulla potrebbe tradursi in salvezza.
Il bambino ormai non emette che deboli lamenti, secondo quanto comunica il vigile del fuoco Nando Broglio, che come sappiamo per tre giorni è rimasto accucciato sull'orlo del pozzo, a parlare con lui.

Licheri raggiunge il cunicolo orizzontale attraverso l'ascensore a forma di cestello, insieme a Tullio Bernabei. (ho omesso di specificarlo prima: era stato costruito in fretta e furia per permettere una discesa nel pozzo parallelo e, giunti al cunicolo orizzontale, permetteva, da lì, di proseguire nel budello, in cui era prigioniero Alfredino, a testa in giù, legati per i piedi).
Lo speleologo gli fissa in fronte una lampadina e e gli fornisce corde, imbracature ed attrezzature varie per intraprendere la terribile discesa in quel pozzo dominato dalle tenebre e dal fango.

Dopo un po' di convulse manovre, Licheri, con non poco affanno (teniamo presente che è a testa in giù) dice: Non si vede ancora.
Chiede di essere calato più velocemente e, a questo punto, intravede una sagoma, che quasi si confonde con le pareti del pozzo: è Alfredino, letteralmente coperto di melma, che gli opprime anche le vie respiratorie.
Appena lo raggiunge, il trentasettenne sardo si commuove e lo libera, prima di tutto, dal fango che gli opprime gli occhi, il naso e la bocca. E' come una carezza, quasi un gesto di pietà, come ricorda M. Gamba, prima ancora di essere un vero soccorso.
Licheri si accorge che il bambino ha un braccio incastrato dietro la schiena e l'altro sotto le gambe, che sono raccolte verso il petto. E' effettivamente in posizione fetale.
Ansima e rantola, ma è ancora vivo.

In superficie la notizia che Angelo è riuscito a raggiungerlo crea un po' di entusiasmo fra quella folla così turbata e d angosciata. La diretta prosegue incessantemente, con il suo monitorare, filmare il do,ore, e si può dire sia nella sua fase culminante.
Licheri, a questo punto, prova ad imbracare un paio di volte Alfredino, ma questi è coperto di fango, la sua pelle si è fatta viscida e così le operazioni falliscono.
Si può prendere solo per le braccia....e le braccia sono tropo scivolose, grida ansimando Licheri.
Bernabei propone di legargli le imbracature intorno alle braccia, ma anche questo tentativo non va a buon fine.

Tullio domanda ad Angelo se il bambino riesce ancora comunicare, dopo che il pompiere Gonini, che attende nel cestello metallico all'imboccatura del cunicolo orizzontale, gli ha fatto sapere che il soccorritore sardo gli sta parlando molto dolcemente. E Licheri risponde: Si lamenta solo. Gli ho detto che se riuscivo a tirarlo fuori....lo portavo in Sardegna con me.
Ma intanto Angelo è lì sotto da mezz'ora, ed è noto che il tempo massimo di resistenza per un uomo a tesata in giù sia intorno ai venti minuti. E' stremato, comincia a perdere la lucidità, così afferra Alfredino per un braccio e chiede di essere tirato su. Sente un crac e si rende cono di aver spezzato un polso al bambino. Che strazio.
Tenta ancora una volta di imbracarlo con le corde. Queste resistono per qualche metro durante la risalita ma, poi, inspiegabilmente, si spezzano. Impossibile, pensano tutti. Sono materiali studiati, dati in dotazione agli speleologi del soccorso alpino, sono resistentissimi. Potrebbe essere, in realtà, che si sia mollato qualche moschettone o sciolto qualche nodo. Ma fatto sta che il piccino è ancora prigioniero e sembra proprio che tirarlo fuori sia impossibile.
Angelo, sfinito, afferra così Alfredino per la canottiera, in quello che è il so ultimo dei sette tentativi (come recita anche il titolo di un recente documentario proprio sul personaggio di Angelo Licheri, dal titolo L'ultimo tentativo) da parte del soccorritore sardo. Ma l'indumento si strappa e con quest'ultimo incidente di percorso sono totalmente precluse le ultime possibilità di salvare Alfredino.

Mi veniva da piangere, afferma oggi Licheri. Il sangue che era sceso in testa mi martellava le tempie. Alfredo non ha mi detto una parola. Ha avuto come un gemito. Con le dita gli ho mandato un bacio e ho detto di tirare su in fretta.

Quanbdo Licheri torna in superficie, anche se a mnai vuote, è accolto da un grande fragoroso applauso liberatorio, da parte di tutti i presneti. Da come lo descrive Massimo Gamba, autore del libro dal quale ho estrapolato tutte le informazioni e tutti i dialoghi qui riportati, è quasi l'emblema dellHecce homo, il Cristo flagellato, cangiante nelle sue forme, nelle sue pose e nei suoi significati, una volta abbracciato da una Franca Rampi incredibilmente scoraggiata e delusa, ma anche profondamente grata nei confronti di questo uomo mingherlino e dal grande cuore d'oro, per diventare una trasposizione in carne ed ossa della Pietà michelangiolesca.


Per diverse ore, direi per tutta la notte, prosegue la sfilata di quello stuolo di prsonaggi dall'aspetto quasi farsesco, dei freaks, sembrerebbe in omaggio al regista Tod Browning o a Jodorowski, entrambi così inclini a presentare la stranezza dell'aspetto come inversamente proporzionale alla bontà d'animo, nei loro films, con "mostri" umani che salvano persone sull'orlo della rovina. Personalmente mi reputo completamente estraneo alle idee xenofobe, o comunque vicine alla paura per il diverso, tipiche di certi movimenti politici estremi ed antitetici ai valori della dignità umana. Ma c'è da scomettere che per uno di costoro che presenziano a Vermicino, mosso magari da sentimenti di filantropia, dalla sentita volontà di salvare Alfredino, venti siano giunti nei pressi del pozzo solo per presenziare di fronte alle telecamere: dai politici ai nani, dai contorsionisti al playboy degli anni sessanta, Piacentini, anch'egli in cerca di un po' di pubblicità.

Verrà poi negato il tentativo di scendere nel pozzo a diversi minorenni che richiederanno di poterlo fare.

Ma verso le 5.00 un ragazzo di statura bassa e molto magro si avvicina al pozzo, mente la telecamera della Rai ne documenta dettagliatamente ogni movimento. Si tratta di Donato Caruso. L'ultima speranza.
Prima di scendere Donato si avcicina a Pertini, che a lungo lo incoraggia.
Gli verrà poi affidato un ancorotto, una sorta di ombrello metallico da far passare sotto Alfredino, per poi aprirlo e tirarlo su.

Bernabei e coloro che sono rimasti all'imboccatura del cunicolo orizzontale cercano di dargli indicazioni in modo chiaro. Comunicazioni e dialoghi che giungeranno nitidi alle orecchie dei molti italiani che ancora stanno di fronte allo schermo della propria Tv. Uno schermo che di lì a poche ore imploderà (così effettivamente accadrà a moti apparecchi, per lo stress a cui sono stati sottoposti, accesi per diciotto ore).

Donato raggiunge finalmente Alfredino.
Tullio gli chiede: Ti risponde?
No, non risponde, fa Donato.
Allora tiralo su.

Dopo un po' che armeggia, Donato fa sapere che non riesce a far passare l'ancorotto e nemmeno a far venire su Alfredino.

Viene ritirato su, in attesa di riprovare una seconda volta.
Riprova, così, con un ultimo disperato tentativo: prova legare al polso del bambino delle manette, le stesse che si utilizzano per arrestare i delinquenti. Ma...niente da fare, anche queste, per via del fango, scivolano via. Pastorelli gli suggerisce di mettergliela sul braccio, sopra il gomito. Ma anche in quel caso il fango rende tutto vischioso.
Si infrange ogni possibilità di trarre in salvo quel piccolo che, ormai, non da più segni di vita e sembra condannato a marcire in quella prigione di fango e tenebre.

Donato comunica le condizioni di Alfredino al dottor Fava, il quale ipotizza - anche se la parola viene ancora evitata con estema cautela, per l'orrore che fa pronunciarla - che il decesso deve essere avvenuto fra le 3.00 e le 4.00.
Povera creatura,pensano tutti.
La stessa cosa che pensa anche il direttore del Tg2 Santalamassi, convinto che la sua invadente ed irrispettosa diretta televisiva, che lo steso anno gli valse il premio di "cronista dell'anno" potesse documentare qualcosa di diverso. Ma d'ora in poi tutto ciò sarebbe diventato normalità, consuetudine...e ci saremmo tutti abituati ad assistere al dolore in diretta.
Ecco, dice Santalamassi. io penso che alle sette, fra due minuti e mezzo, chiuderemo questa diretta ininterrotta....Volevamo vedere un fatto di vita e abbiamo visto un fatto di morte....Ci siamo arresi, anche se abbiamo continuato fino all'ultimo....Ci domanderemo a lungo, prossimamente, a che cosa è servito tutto questo.....Che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremo ricordare......E' stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo. Sessanta ore di lotta, invano, per Alfredo Rampi.

Forse, seppure il suo collega Pierluigi Pini abbia avuto il coraggio di telefonare, nelle prime ore di questa tragedia, a quel numero comparso in sovra impressione su una Tv privata della Capitale, spacciandosi per il proprietario di una gru, rispondendo così alla richiesta di quell'emittente, che proprio il proprietario di una gru, cercava, per salvare un avita.....dicevo, forse, nonostante Pini abbia avuto il coraggio di compiere un simile gesto, pe rla sua sete di scoop, beh...può darsi che in fondo confidasse anche lui che questa storia si sarebbe conclusa bene. La stessa speranza che, in fondo, si spera risiedesse anche nel cuore, ora così capace di dispensare parole di edulcorata rassegnazione, del direttore Santalamassi, o di Emilio Fede, collega del Tg1.
Ma, nonostante questa infondata speranza, ciò che è stato fatto è stato fatto. Il precedente è, ahimè, stato creato. E da quel maledetto 13 giugno, la televisione, la società italiana non è più la stessa ingenua, dagli occhi grandi, che attende trepidamente il Carosello della sera. Ma è un ammasso di avvoltoi, che aspettano di spiare, di conoscere, di violare la dignità, il dolore, la riservatezza.

Fra le 3.00 e le 4.00 non è morto solo Alfredino, il cui corpo verrà riesumato solo un mese dopo, dopo essere stato congelato, in quella prigione sotto terra, perché fosse mantenuto "fresco" e non si decomponesse. Fra le 3.00 e le 4.00 non è solo il respiro di Alfredo Rampi ad essersi fermato, per essere dimenticato, per riprendere poi ad ansimare nei processi a seguire, nelle udienze, negli appelli, come sempre, senza un colpevole, ma che il popolo ha richiesto a gran voce, nella fobia collettiva, nelle malignità che si riversavano, fino al 1987, fino alle trasmissioni di Maurizio Costanzo, in cui ancora ci si interrogava sull'origine di questa tragedia, ci si chiedeva se effettivamente quella di Alfredino fosse solo una tragica coincidenza, oppure non fosse un omicidio. Fra le 3.00 e le 4.00 non si è fermato solo il cuore del piccolo bambino in canottiera di Frascati, di Vermicino, di quel luogo che non c'è, non sono state solo le lacrime del lettore del Tg2 Massimo Valentini a scandire il significato della parola morte per farlo passare attraverso una parafrasi educata - Abbiamo lungamente sperato di potervi dire ben altro al temine di questo ultimo tentativo, lo abbiamo lungamente sperato., dice, piangendo, il giornalista Valentini - posata, quasi incompatibile con quella diretta spudorata che per diciotto ore ha martellato sugli schermi di tutta Italia.
Fra le 3.00 e le 4.00 non si è spenta solo la fiamma vitale di
questa creatura.
No. Quella notte, in quell'ora maledetta, dopo una serie interminabile di ore, di knuti, di secondi assassini, in quel pozzo ci è caduta tutta l'Italia. E' morta anche la televisione. L'informazione. Il popolo. La folla.
E da quel giorno non siamo mai più risorti.



Spegnamo i riflettori. E' finita la trasmissione.
D’ora in poi gli italiani possono cominciare a dimenticare.



lunedì, 16 giugno 2008
Ore 17:29

Venerdì 12 giugno






Alle 7 e 30, sia il Tg1 che il Tg2 sono collegati per un'edizione straordinaria.
Quell'unica telecamera presente porta nelle case degli italiani la disperazione e la sfiducia nei soccorsi di Franca Rampi:
questo è il video, uno dei pochi che sono rimasti di questa tragedia. Personalmente sono contento di non trovare molto, quando su youtube digito "vermicino" o "alfredino rampi", dal momento che significa che, se da un lato questo fattaccio è stato rimosso, dall'altro l'invadenza mediatica che per tre giorni ha tormentato la riservatezza della famiglia coinvolta è stata accabtonata negli annia a venire. Per essere precisi, comunque, riporto il link solamente in qualità di documento storico e non per soddisfare la sete voyeristica di chicchessia: bene o male è rimasto uno dei pochi video che testimonino l'atmosfera di Vermicino.

Ma da quel dialogo e da quelle immagini, comuque, emerge lo scoraggiamento di Franca Rampi di fronte a questa situazione.
Sul suo lobro, Massimo Gamba cita le righe di Epoca, settimanale che pochi giorni dopo l'accaduto riporta un'intervista alla mamma di Alfredino:

Io alle assicurazioni che Alfredino l'avrebbero tirato fuori non ci ho mai creduto. Lo intuivo che da quel pozzo non ce l’avrebbero fatta a farlo venire su ancora in vita. Sono cose che una madre se le sente dentro, anche se è impossibile spiegarle. E lo facevo presente alle mie amiche, che mi stavano intorno in quelle ore tragiche, e tutte loro mi rimproveravano...Ma io l'ho capito subito che la disorganizzazione globale era tanta che avrebbe impedito la salvezza di Alfrdino.
E continua, iferendosi alla malformazione cardiaca di suo figlio: Comunque, chissà perché, ora che ci penso Alfredino non me lo sono mai immaginato prima adolescentee poi uomo. Eppure io non credo al destino, sono una raziocinante, non credo all'oroscopo, ai maghi, alla predestinazione. (cit. da Vermicino, l'Italia nel pozzo. A sua volta l'autore cita F. Frigieri, Epoca, 27 giugno 1981).

Ore 9 e 30: dal momento che anche la trivella della Geosonda procede a fatica, si decide di far arrivare un altro mostro meccanico, una macchina ancora più potente, per la quale è necessario nuovamente preparare l'arrivo attraverso manovre e lavori imponenti, come il blocco di alcune arterie stradali importanti. Per diverso tempo la perforatrice della Geosonda sembra godere di maggior fortuna rispetto alle ore precedenti, generando entusiasmo fra la folla, che adesso ha raggiunto un numero davvero importante.
Ma verso le 10 e 30 una notizia gela il sangue delle migliaia di presenti: la trivella ha incontrato un duro strato di roccia, così fatica a proseguire.
Per fortuna che, per una volta, qualcuno si è rivlato essere previdente, in questo mare di disorganizzazione e di errori madornali: la nuova trivella arriva verso le 11.00 e suscita nuovamente la speranza fra la folla e fra i soccorritori: siamo nel momento in cui l'altalena di emozioni si fa sempre più oscillante, a ritmi serrati equasi forsennati, alternando gioia a dolore immenso.
Ed è quello che effettivamete accade: appena messa al lavoro, anche questa macchina si inceppa. Adiritura si incastra e non c'è modo di farla ripartire.
E' evidente, a nche per chi possa conservare un po' di fede, che lassù la storia di Alfredino sia messa in cosa a centinaia di altre emergenze, o addirittura, orribile a pensarsi, si sta facendo di tutto perché si conclusa nel peggiore dei modi.
E' innegabile che una scagurata sforuna si stia abbattendo sulla famiglai Rampi, in questi giorni.

Verso le 11 e 30 Pastorelli decide che il cunicolo comunicante fra il pozzo di Alfredino e quello di soccorso verrà scavato dal punto in cui si è arrivati, dal momento che è impossibile procedere oltre con la trivella.

Alle ore 13.00 inizia il Tg2 e con esso anche l'interminabile doretta televisiva, quella maratona Tv, come la definisce anche Massimo Gamba, che dura oltre diciotto ore. Un evento monitorato con l'occhio instancabile di una sola telecamera e violato dalla luce invadente delle fotoelettriche, in uno scenario apocalittico, plveroso, affollato, caotico. Vermicino, sugli schermi dgli italiani, è d'ora in avanti lo specchio di un'Italia in ginocchio. Ma che continua a sperare.

Più passano le ore, nel primo pomeriggio, più la sensazione che si sia giunti ad una conclusione felice si fa stada fra la folla. Omai dovrebbe essere questione di minuti.

Perfino il presidente Perìtini è sopraggiunto sul luogo, alle 16 e 30, in attesa di poter assistere al grande salvataggio. In molti criticheranno il suo atteggiamento di ostentato ed ostinato presenzialismo. In verità, secondo me, Pertini è certo, in questi istanti, come lo sono tutti gli italiani, che quell'orribile favola abbia già un suo lieto epilogo scritto dal destino. Egli è lì per rassicurare, confortare, celebrare un fatto di cronaca che ha macchiato l'Italia in un periodo già nero, ma che potrà risolversi e fornire ai cittadini un'immagine pulita, in cui, per lo meno, l'innocenza di un bambino può vincere sulle mille contraddizioni del Paese.
Scoprirà anche lui, nella sua onestà senile, che i suoi capelli bianchi e l'auricolare che lo lega ad Alfredino ci raffigura sul modello di un nonno che è in pena per i pericoli cui è esposto il suo nipotino, che quella di Vermicino è una vicenda che segnerà indelebilmente gli anni Ottanta ed i decenni a venire di quell'Italia che egli, suo malgrado (ed immeritatamente, dal momento che anche lui,a suo tempo, è stato un eroe) si ritrova a rappresentare.

Nel mentre la notizia supera i confoni italici, per attraversare l'Europa, in lungo e in largo e giungere perfino oltreoceano, in un'America che si rovela interessatissima a questa storia "tipicamente italiana", in Sicilia, in provincia di Siracusa, due fratellini di sette e nove anni sono prcipitati in un pozzo e sono conseguentemente annegati.
Una notizia che viene lanciata dall'Ansa ma che non gode della stessa visibilità dei fatti di Vermicino. Eppure il detsino beffardo l'ha fatta cadere in concomitanza con essi, ponendola tragicamente in paragone alla vicenda di Alfredino. Ma di quei bambini non si parla, in Italia. E presto verranno dimenticati. Perché gli occhi, per ora, sono tutti incollati al televisore che vomita immagini raccapriccianti, dirò ancora una volta felliniane, caotiche. Prima che anche queste ultime, a tragedia consumata, vengano rimosse in fretta e furia.

Intorno alle 18.00 si comincia a scavare il cunicolo orizzontale, ma l'operazione richiederà non meno di un'ora, irta di difficoltà.

Alle 19.00, quandi tuti pensano di essere giunti davvero ad un passo dal salvataggio del bambino, arriva la doccia fredda: per cause tutt'ora sconosciute, forse per via delle vibrazioni provocate dalla triivella, Alfredino è ultrirmente sprofondato. Non si trova più a trentasei metri. Inizialmente è difficile appurare a che distnza sia finito, ma dopo un po' le misurazioni risponderanno all'atroce quesito fornendo la misura di sessant'uno metri.

Questa è una tegola pesantissima, che allontana in maniera determinante Alfredino dalla vita.
Occorrerà ovviamente non perdersi d'animo, ma raggiungerlo a quella profondità, insinuandosi per venticinque lunghi metri in un pozzo largo trenta centimetri, è impresa praticamente impossibile per qualunque essere umano.
Forse solo gli speleologi possono pensare di buttarsi in una simile operazione. Ma il loro intervento viene bloccato: lo stesso Tullio Bernabei, oggi esperto di grotte, geleologia, documentarista, ricorda: la cosa era diventata così importante, che non potevamo essere noi, quattro ragazzi capelloni, per quanto esperti, a salvare Alfredino. Lì doveva essere lo Stato a tirarlo fuori. Più che un antagonismo fra noi e i pompieri, c'era la necessità che fosse un soccorso di Stato.

Fra le 20.00 e le 21.00 la folla aumenta in tl misura da raggiungere le ventimila unità. Davanti a questo scenario apocalittico, qualche furgoncino attrezzato, di quelli che si vedono nelle fiere di paese, fa affari vendendo panini con la porchetta e bibite fresche.
Oltre a quella che viene definita la "corte dei miracoli" - composta da nani, contorsionisti, personaggi di varia umanità, che presentano i loro progetti, redatti in fretta e furia, per dare una svolta positiva ai soccorsi, mostrando spesso idee strampalate, forse, molti, in cerca di un po' di quella notorietà che l'occhio indiscreto di quell'unica cinepresa possa mai conferire - ci sono anche tanti volti curiosi, alcuni speranzosi, altri semplicemente assetati di conoscere, di vedere, di poter dire Io c'ero.
Come già dissi, l'atmosfera è felliniana, caotica, colorata, direi grottesca. E' ravvisabile anche dalle poche immagini che oggi noi giovani possiamo vedere sulla vicenda. Ma anche dalle parole, riportare da M. Gamba nel suo libro, di Paolo Guzzanti: riferendosi al clima che si repsira in queste ore a Vermicino, egli dice: Tempo dopo ne parlai a Fellini e lui mi disse che avrebbe voluto farci un film, su questo clima da circo.

Ma oltre alle ventimila persone che assistono allo "spettacolo" dal vivo, milioni di telespettatori (fra i venti e i ventotto milioni) stanno seguendo impotenti questa sorta di reality show ante litteram. Chi passeggia in queste ore per le strade delle città, può avvertire quel clima estivo, prevacanziero, in cui ci si sollazza con la Tv, rinfrescandosi con qualche bibita e sventolando un ventaglio pe farsi un po' d'aria, davanti alla Tv, assistendo alla partita dei Mondiali. Ma questa volta gli schermi domestici rigurgitano immagini d'orrore, agonia, morte.

Di lì fino alla tarda serata, ancora pochi tentativi verranno messi in atto, ma falliranno tutti. L'ultimo a provarci è Claudio Aprile.
Verso le 11 e 30 arriva sul posto Angelo Licheri, un uomo sardo, basso, magro, con il viso scavato. Assiste alla prova di Aprile e domanda al soccorritore, esausto, che cosa si provi ad infilarsi là dentro.
Si sente rispondere: Oh, lì nessuno riuscirà mai ad entrare.

Ma l'Italia conoscrà molto bene la tenacia, la determinazione ed il profondo coraggio di questo Angelo Licheri, un uomo venuto dal nulla, il volto, apparentemente, dell'insignificanza, dell'uomo comune, di colui di cui nessuno si ricorderà mai.
In realtà, Angelo sarà, a breve, l'unico a giungere davvero ad un passo dal salvare il povero Alfredino.
Angelo Licheri, oggi, in effetti - per via dell'orribile epilogo di tutta la vicenda - dimenticato dai più - in quei tre giorni (ma io direi, in verità, per sempre) è riconosciuto unanimemente come l'erore di Vermicino.






Continua......


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venerdì, 13 giugno 2008
Ore 11:44

Giovedì 11 giugno (un pomeriggio inconcludente)





Proprio alle ore 13.00 va in onda la prima edizione del Tg2. Dal momento che la notizia ha avuto già una rapida diffusione grazie ai quotidiani usciti in edicola al mattino, i telespettatori attendono trepidamente di avere delucidazioni sulla situazione di Alfredino.
Già dal sommario letto in apertura dal conduttore Maurizio Vallone, si comprende il contesto politico sociale, già di per sè esplosivo (abbiamo già parlato della loggia P2, a cui si sommano altri avvenimenti incandescenti) che i fatti di vermicino sono riusciti a porre in ombra:

1) Crisi di governo: il segretario repubblicano Giovanni Spadolini ha iniziato stamane il suo mandato. Pertini lo ha incaricato di formare il nuovo governo, dopo che Forlani, ieri sera, aveva rinunciato.

2) Molta attesa per conoscere la nuova documentazione sull'affare P2, in mano alla commissione Sindona.

3) A San Benedetto del Tronto è scomparso da ieri sera Roberto Peci, fratello di Patrizio, il brigatista rosso che da tempo ha deciso di collaborare con la giustizia.

4) Sempre preoccupante la situazione in Polonia, dopo la conclusione del Plenum del comitato centrale del Partito Comunista polacco.

Ma oggi l'apertura di questo giornale è dedicata ad un fatto che da diverse ore sta tenendo tutti con il fiato sospeso. Un bambino di sei anni è caduto ieri sera in un pozzo artesiano nei pressi di Frascati, vicino Roma. Si trova ancora a una quarantina di metri sotto terra e si sta disperatamente cercando di salvarlo.

(cit. da Vermicino, l'Italia nel pozzo, di M. Gamba. L'autore del libro ha a sua volta citato le testuali parole del conduttore del Tg2 Vallone, durante la sopracitata edizione del telegiornale).

Così partono le prima immagini registrate, la voce del padre che comunica con Alfredino tramite il megafono. Segue un collegamento in diretta con P. Pini, che si trova a Vermicino ed alcune interviste con l'arch. Faggioli, vigile del fuoco impegnato nei soccorsi, che fornisce notizie sull'accaduto.
Tornano poi le immagini registrate nella notte, in cui si vede Franca Rampi che parla con suo figlio, disperata. E si sentono i pianti e le urla di Alfredino: Mamma....mamma!
I primi lamenti che terranno incollati i telespettatori, in virtù di un sentimento di speranzosa pietà, am anche di un inopportuna curiosità morbosa, quasi voyeuristica, che proprio questa Tv del dolore, inventata in quest'occasione ripresa negli anni a venire, fino ad oggi, in Italia, ha inventato con cinico opportunismo.

D'ora in avanti il pbblico pretende d essere costantemente informato sui fatti. Vermicino diventa la prima notizia di tutti i Tg della penisola.

Mentre accade tutto questo, finalmente giunge a Vermicino la trivella della Geosonda, che si mette all'opera, però, solamente alle 15 e 30.
Ma questo mostro meccanico dovrà fare subito i conti con uno strato di roccia durissima, che ne rallenterà i lavori, facendo aumentare in una folla che continua a crescere di numero a dismisura, quell'angoscia che si porterà appresso fino ala fine della sciagurata vicenda.

Alle 17.00 va in onda la seconda edizione del Tg2,in cui Vallone si collega con Pini.
Ma accade anche un fatto drammatico, se è possibile qualificarlo come tale, in una serie di aventi che si superano nella loro atroce tragicità:
a furia di sentirsi raccontar queste innocenti menzogne, Alfredino ha un cedimento psichico che preoccupa i medici e i genitori. Sono proprio questi ultimi, oltretutto, a perdere la fiducia del bambino. Ormai mamma sta per arrivare, è questione di un minuto! grida Franca Rampi al suo bambino intrappolato sotto terra.
Ma quanto tempo, mamma? domanda lui.
Un quarto d'ora..., lo rassicura la madre.
No, è troppo, troppo! urla esasperato il piccolo.

E' la stessa Franca Rampi a raccontare questo lancinante episodio.
A un certo punto, come sentiva la mia voce, urlava, urlava, urlava. E con il padre la stessa cosa.

L'ultima volta che gli parlai, Alfredino mi urlò col tono che usava quando era arrabbiato:

"Nun me sta' a racconta' bucie, che nun te credo più!"

E così, da allora, non ebbi più la forza di parlargli....Aveva ragione lui, io gli stavo raccontando bugie, e quando una mamma racconta bugie, i figli lo capiscono.


(cit. da Vermicino, l'Italia nel pozzo, di M. Gamba. A sua volta l'autore cita F. Frigieri, Epoca, 27 giugno 1981).


Intanto la trivella procede lentissima: nelle prime due ore e mezzo, il manovratore Peppe comunica che è riuscito a scavare solo cinquanta centimetri. Viene così sostituita la unta elicoidale, che procede per rotazione, con un'altra estremità: un peso enorme che si abbatte con forza dirompente sulla roccia, fino a romperla. S'immagini le vibrazioni e gli scossoni che il povero Alfredino subisce, mentre è rinchiuso nel ventre della terra.

Ad un tratto, verso le 19 e 30, dopo che lo "Zio Ivo" si è premurato di far giungere ad Alfredino un tubicino, sempre munito di una lampadina verde, per nutrirlo con una soluzione di acqua e zucchero, l'incertezza regna sovrana e ad un tratto, il comandante dei pompieri, Pastorelli, in contatto con il bambino, fa: Alfredino....sta' calmo. Sono il comandante. Adesso veniamo....ce l'hai l'acqua vicino? Ora te la caliamo ancora un po'....Va bene così?....Devi provare a bere....
passa qualche secondo e sempre Pastorelli, munito dell'auricolare, dice:
Whisky?...Ma no, tesoro, non è whisky. E' acqua, acqua e zucchero.

Tra le 20.00 e le 20.30, ora in cui va in onda l'edizione serale del Tg1, un cambio di turno dovrebbe garantire l'arrivo di forze fresche tra i vigili del fuoco soccorritori, ma quelli che sono presenti lì da ore non vogliono comunque saperne di andarsene. Ognuno vuole fare la sua parte.

Poco prima delle 21.00 si presenta ai soccorritori un uomo basso, magro, con la barba: sembra un folletto. Si chiama Isidoro Mirabella, soprannominato l'Uomo ragno.
Verso le 22.00 Mirabella inizia la sua discesa nel pozzo, dopo che la trivella è stata fermata, munito anche di un seghetto, con l'obiettivo di rimuovere la tavoletta.
Ma il suo tentativo fallisce ed i vigili del fuoco, con una coda di polemiche che si aggiungeranno a molte altre, nei giorni seguenti, negheranno un suo successivo tentativo.

Così, dopo le 22.00 la trivella riprende a scavare nel buio della notte di Vermicino, illuminata da alcuni riflettori che ne violano la sua rurale riservatezza.
Il cuore di Alfredino continua a pulsare, là sotto, ma il suo organismo è scosso e tormentato da quelle terribili vibrazioni che l'enorme trivella gli procura nel suo scavare, oltre tutto, sempre così lentamente rispetto alle urgenti esigenze.
Il dott. Gentile, cardiologo che da anni segue Alfredino per le sue malformazioni cardiache, parla ai microfoni del Tg2:
Stiamo cercando di fargli accettare quello che per lui è il motivo di paura più grande, in questo momento, e cioè il terribile frastuono della trivella. Abbiamo cercato di metterla in positivo, usando il linguaggio della fantasia. Gli abbiamo detto che non deve avere paura perché quello è il rumore di una grande macchina, enorme, bellissima, piena di pompieri, che sta andando a salvarlo. Lui è stato agganciato da questo discorso e ora chiedei in continuazione notizie di questa macchina meravigliosa.
In verità, colui che è in grado di raccontare queata favola ad Alfrdino, ad alleviargli il dolore della tragedia che sta vivendo sulla sua pelle (proprio come Roberto Benigni fa nel suo film La vita è bella) è il pompiere Nando Broglio, un vigile del fuoco di valore, attio nei terremoti della Campania e della Sicilia. Egli racconterà ad Slfredino un sacco di cose, gli parlerà dei suoi stessi figli, della sua casa, stabilendo un dialogo con il "piccolo prigioniero".
Giorni dopo, racconterà: Io gli parlavo dei robot dei cartoni animati, in riferimento al frastornante rumore della trivella, che così, con il suo aiuto, si trasforma nella mente di Alfredo, in Mazinga.
Continua Broglio: Lui ha accennato al motivo dei titoli di testa di questa trasmissione e l'abbiamo cantata insieme.

Verso Mezzanotte l'inviato Pierluigi pini, dopo quasi ventiquattr'ore di lavoro, lascia Vermicino, per andare a riposarsi:

Quando sono andato via, con la mia macchina, ho incrociato un fiume di auto che dalla via Anagnina si dirigevano a Vermicino. Durante il giorno, verso sera, erano cominciate ad arrivare le bancarelle dei venditori ambulanti di panini, bibite e porchetta, che hanno anticipato l'arrivo della grande ondata di folla. Ci hanno visto lungo.

Si sta profilando, dopo che sono già trascorse trenta ore di prigionia del povero Alfredino - la cui agonia è giunta solo a metà percorso - quella situazione estrema, folkloristica, colorata, felliniana, che fa a pugni con la tragedia, con il dolore, che dovrebbe assumere sempre i toni privati, della riservatezza e del pudore, che caratterizzeranno negativamente, con un ulteriore tocco di amarezza, questo fattaccio che ha tenuto con il fiato sospeso milioni di italiani in quell'annoiata estate del 1981.
Ma per la sera dell'11 giugno ai telespettatori può bastare. Si può andare a dormire, nella speranza che durante la notte, i soccorritori che si stanno "sporcando le mani" per salvare questa vita appesa ad un filo, concedano un risveglio sereno alla coscienza di un popolo che è scosso da questa brutale manifestazione della morte.
Ma non è tempo per riposarsi, in realtà, per tutti coloro che sono attivi, anche a notte fonda, per salvare il bambino. A Vermicino nessuno dorme.
Non è tempo di riposo neppure per Alfredino, che continua a lottare, prigioniero, per sopravvivere ad un destino infame.

 

Continua....


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giovedì, 12 giugno 2008
Ore 16:17

....Segue daultracinema.splinder.com/post/17423697/Vermicino+e+il+pozzo+degli+orr

Giovedì 11 giugno (una mattinata di fermento)






Sono già cinque ore che Alfredino è prigioniero in quel pozzo. La razionale mente di una persona può già immaginare quali sofferenze sta passando un bambio di sei anni dopo una simile esperienza. Si pensi solamente che esse sono minime, in confronto a quelle che si protrarranno per tre lunghe ed infinite giornate di agonia.
C'è già grande confusione, anche se i soccorritori sono ancora relativamente pochi, rispetto a quello che si vedrà alcune ore dopo.
Il caporeparto dei vigili del fuoco, chiamati ufficialmente "a parrtecipare alle ricerche di un bambino che si è smarrito", entra subito in contatto con il piccolo, il quale riesce ad informarlo addirittura sulle sue condizioni: Sono sospeso e fermo nel vuoto, dice lo stesso Alfredo Rampi. Nonostante la repentina chiamata di rinforzi dalla centrale di Roma, si avverte subito che anche i pompieri che sopraggiungono, nonostante la referenziata esperienza nel campo dei salvataggi in ogni situazione etrema, paiono non essere all'altezza. Ogni mossa potrebbe rivelarsi un errore e rischiare di complicare le cose.
Si noti che il pozzo, profondo ben ottanta metri, in una stagione di siccità come lo è quella in cui si svolge la tragedia, è completamente vuoto d'acqua (che, normalmente, dovrebbe risalire in superficie, direttamente dalla falda acquifera che giace in fondo, per capillarità), ed è largo appena trenta centimetri. Misure che scoraggiano fin da subito ogni possbile intervento umano, ogni minima indagine, sondaggio delle conformazione stessa del budello in cui malauguratamente è caduto Alfredo Rampi. Insomma, detto brevemente: nessuno è in grado di capire effettivamente a che profondità si trovi il bambino, in che posizione sia, nessuno ha la possibilità di individuarlo. Ciò che a tutti gli effetti giunge ai soccorritori è la flebile voce di Alfredino, deformata dai diversi metri di profondità che, evidentemente, lo separano dalla superficie.

Ai sentimenti di entusiasmo per averlo quanto meno localizzato, seguono immediatamente sconforto e panico per la manifesta incapacità di venire a capo di una situazione che si sta facendo incandescente. Questo altalenarsi di sentimenti contrastanti, sarà una costante, un caratteristica peculiare di tutta questa vicenda. E colpirà non solo i diretti interessati, ma anche i milioni di italiani che seguiranno la tragedia in diretta, sentendosi impotenti di fronte ad una situazione in cui parrebbe mancare un colpevole, ma in cui l'intero genere umano sembrerebbe essere messo di fronte ai suoi limiti.

Calata una torcia per esplorare il cunicolo, i vigili del fuoco si rendono conto che la visibilità è comunque scarsissima. Ma capiscono subito che il pozzo non scende in maniera regolare, bensì presenta spuntoni, sporgenze e dopo alcuni metri intraprende una via non verticale, ma distorta e quasi obliqua, cambiando il corso della sua discesa. Ciò, ovviamente, non fa altro che complicare le cose.

In questo momento sono presenti anche i genitori di Alfredino. Cercheranno di confortarlo, gridando dall'imboccatura del pozzo: Sta' calmo, adeso veniamo a prenderti. Quante volte il povero Alfredino si sentirà raccontare simili benevole menzogne, nei continui rimandi di un salvataggio che non avverrà mai.
Ai costanti incitamenti, inviti a parlare, da parte dei geniori o dei soccorritori, Alfredino spesso risponde con grida disperate, che non fanno altro che aumentare l'angoscia di tutti coloro che si trovano nei paraggi. In realtà il bambino è ancora nel pieno della sua forza fisica e della sua resistenza, risulterà reattivo, ancora incredibilmente vivace.

Il primo rudimentale tentativo di salvataggio consiste nel calare una corda di canapa, farla giungere fino al bambino, farlo aggrappare e tirarlo su. Ma il tentativo ovviamente fallisce, dal momento che i vigili del fuoco non sanno che Alfredino è incastrato, oltre che con il corpo, anche con le braccia.
Alle due di notte la prima notizia ANSA sull'accaduto comincia ad esere battuta, per prendere poi la strada che tutti conosciamo. In verità, l'accanimento mediatico che susciterà scalpore anche anni ed anni dopo, ha tratto le sue origini anche dal ruolo primario che hanno svolto le prime, embrionali Tv private. All'epoca, queste non sono altro che un ricettacolo di maghi, venditori di tappeti o di gioielli (per lo più falsi), astrologi e quant'altro. Come ci ricorda anche Massimo Gamba nel suo libro, il fenomeno di Wanna Marchi comincia proprio in questi anni.
All'Una di notte circa, in alcune di queste Tv private comincia a circolare una scritta in sovraimpressione: Si cerca una gru per tirare fuori un bambino caduto in un pozzo. Si prega di telefonare al numero.....

I telespettatori nottambuli, ammaliati dal mercato del sesso via telefono che si tiene in quei veri e propri suq moderni, all'italiana, che servono a domicilio i tubi catodici di milioni di italiani, assistono a questa scarna ed insolita richiesta d'aiuito. Fra di loro c'è anche Pierluigi Pini, giornalista Rai, a cui, citando Gamba, non manca certamente il fiuto per la notizia. Così decide di telefonare, spacciandosi per il prprpietario di una gru, facendosi così dire dove si trovi il pozzo. Immediatamente, quindi, contatta Vitaliano Natalucci, che egli descrive come un abilissimo operatore, e gli chiede di raggiungerlo subito a Vermicino.
E nel mentre Pini è in viaggio per Vermicino, Giancarlo Santalamassi, direttore del Tg2, apprende la notizia allo stesso modo in cui, poco prima, ne è venuto a conoscenza il suo collega.
D'ora in avanti il ruolo della stampa sarà sempe più di primo piano in questa sciagurata vicenda.

Intorno alle 2.00 di notte il clima a Vermicino è sempre frenetico, così, comincia a ventilarsi l'ipotesi di dover ricorrere ad un nano, o comunque ad una persona dalla corporatura ridotta, per soccorrere il piccolo Alfredo. Nel mentre una volante della polizia si incammina a perlustrare tutti i circhi della zona alla ricerca di un identikit simile, qualcuno si prende la briga di contattare Roberto Caporale, ventunenne qualificato, secondo l'agente che gli ha telefonato, grazie ad una sua precedente esperienza in un pozzo vicino a Rieti.
Quando quest'ultimo giunge a Vermicino accompagnato da suo padre, i soccorritori sono già all'opera per progettare un'altra tattica di salvataggio, che purtroppo, una volta messa in atto, si rivelerà il più grande errore mai commesso in quei tre giorni maledetti. Si sta infatti valutando di calare una tavoletta di legno, legata ad una corda, alla quale far aggrappare meglio il bambino, o sulla quale farlo sedere, per poi tirarlo su.
Di fatto tutte queste idee e questi progetti spesso nati morti, si accavalleranno l'un l'altro, complice anche la fretta data dall'emergenza, ed impediranno a Roberto Caporale di scendere nel pozzo.

Ma un aspetto non secondario di tutta questa storia è dato dal microfono: da diverse ore Alfredino parla con i suoi soccorritori, ma la sua voce giunge loro deformata, quando non flebile, fioca, afona, creando non poche difficoltà di comprensione. Ma se le sue grida provocano angoscia, i suoi silenzi generano panico assoluto, dal momento che potrebbero singificare che Alfredino è deceduto.
Così si pensa di chiedere alla Rai un microfono da calare nel pozzo, allo scopo di sentire meglio la voce del piccolo e di monitorare la sua respirazione o il suo battito cardiaco. Dal momento che lo stesso Roberto Caporale si dice essere un esperto perito elettrotecnico, capace di allestire un simile congegno in poco tempo, gli si dà fiducia e gli si chiede di recarsi presso gli uffici della ditta per cui lavora, di cui ha le chiavi, a prelevare il materiale necessario.
Il suo ruolo, quindi sarà primario, perché almeno questa operazione andrà a buon fine.
Ma a testimonianza dell'atroce e beffarda sfortuna che si abbatte in questi giorni su Vermicino e su tutti i suoi protagonisti, il povero Caporale verrà licenziato il giorno dopo dai suoi principali, per aver sottratto in piena notte materiali dall'ufficio della ditta per cui lavora, senza autorizzazione.
In realtà, ad onor del vero, questa spiacevole situazione durerà poche ore e si rivelerà esser stata frutto di un malinteso. Quando infatti i suoi capi comprenderanno i motivi che hanno spinto Roberto a compiere quel gesto, lo riassumeranno con tanto di scuse.

Alle ore 3.00 Pierluigi Pini giunge a Vermicino, insieme al suo operatore, Vitalino Natalucci. Oltre a girare le primissime immagini di questa tragedia, i due caleranno anche il microfono del nagra (registratore) nel pozzo e porteranno la voce di Alfredino all'edizione delle 13.00 del Tg2. Sono le prime strazianti "melodie", la colonna sonora di quei tre giorni maledetti, che giungeranno alle orecchie dimilioni di italiani, senza poter essere facilmente scordate.

Sempre intorno alle 3.00 squilla anche il telefono dello speleologo (il primo, di una lunga serie) Maurizio Monteleone. Gli viene richiesto di partecipare ai soccorsi. Egli accetta.

Nel mentre accade tutto questo, i pompieri provenienti dala sede di Via Genova - capitanati da Elveno Pastorelli, uomo di grande virtù, nel suo mestiere, protagonista in positivo nei soccorsi, dello stesso anno, del terremoto in Irpinia e dell'alluvione, negli anni Settanta, di Firenze - sono intenti a mettere in atto il piano della tavoletta. Ignorano che Alfredino è incastrato anche per le braccia. Questa lacuna nelle valutazioni, si rivelerà essere la principale falla a provocare l'affondamento di tutto il macchinario (di cervelli, braccia, vite umane) messo in moto per salvare il povero Alfredo Rampi. Buttata la tavoletta, a causa di quelle sporgenze di cui sappiamo il pozzo essere pieno, questa si incastra e va irrimediabilmente (senza possibiltà di rimozioni, che verranno invano tentate più volte anche in seguito) ad ostaclare in maniera determinante le successive operazioni di soccorso.

Ora fra Alfredino ed i suoi salvatori c'è una barriera, una tavoletta di legno che impedirà non poco ogni altro tentativo, di qualunque natura.

Fra le 3.00 e le 4.00 Roberto Caporale riesc ad ultimare l'allestimento di un impianto acustico, un microfono legato ad un filo da calare nel pozzo. Questo, fatto scendere, restituisce finalmente la voce del bambino forte e chiara. Ma da anche la possibilità, tramite il filo cui è legato, di misurare la profondità a cui è sprofondato Alfredino: risulterà trovarsi a 36 metri sotto terra.
Il microfono risulterà essere una trovata importante, come abiamo visto, per monitorare le condizioni del piccolo (salute, respiro, battito cardiaco), ma anche e soprattutto per mantenere con lui un contatto emotivo fondamentale: ciò che preoccuperò i medici che giungeranno sul posto, infatti, non sarà solamente un inevitabile declino delle condizioni fisiche, ma anche,e soprattutto, un crollo di quelle psichiche, che possono invero esere mantenute stabili grazie a fequenti contatti coi genitori o coi soccorritori.
Ma quel microfono sarà anche lo strumento che trasformerà le soffernzedi Alfredino in un mezzo mediatico per mantenere gli ascolti a vertici che non si erano mai raggiunti prima.

Verso le 4.00 comicnia a circolare l'ipotesi di poter scavare un pozzo parallelo a quello dove è situato Alfredino, per raggiungerlo tramite un cunicolo scavato orizzontalmente, possibilment sotto Alfredino, e trarlo così in salvo.
Operazione che si rivelerà tutt'altro che facile ma che, soprattuto, necessita dell'utilizzo di una trivella, macchina che, specialmente a quell'ora, sarà molto difficile riuscire a reperire senza problemi.

Alle 5.00 gli speleologi Maurizio Monteleone e Tullio Bernabei, entrambi fra i venti ed i venticinque anni, saranno i primi ad apprestarsi ad antrare nell'infero di Alfredino. Si preprano velocemente con le imbracature, i moschettoni e tuto il resto e, informatisi sulle condizioni del pozzo, cominciano l'operazione. Sarà Tuttlio Bernabei a calarsi, dando disposizioni agli uomini che manovrano la sua corda, fra cui c'è anche il suo amico Maurizio Monteleone.
Tuttlio ariveràmolto vicino ad Alfredino e riuscirà a confortarlo con la sua, seppur difficilmente captabile, presenza umana. Tullio apprende che la tavoletta è incastata, ma bisogna rimuoverla. Verrà ritirato su, completamente sporco di fango.
Proverà a calarsi anche Maurizio, ma i suoi tentativi risulteranno altrettanto vani.
Il reperimento di una trivella per scavare un pozzo parallelo, a questo punto, si rivela di importanza cruciale.

Alle 9.00, mentre la città di Roma si sveglia e viene a conoscenza, tramite le locandine ed i giornali, del