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Franz Kafka amava contrapporre i caratteri negativamente ipertrofici di una società crudele alla debolezza e alla vulnerabilità di personaggi di per sé forse ambigui, ma di sicuro non colpevoli come invece, molto spesso, venivano giudicati in conclusione delle sue opere.
E. G. Ulmer, regista che definirei quasi appolide, o cittadino del mondo, vagabondo come è stato fra la Repubblica Ceca (sua terra natale), gli Stati Uniti e altri Paesi europei, sembra invece, nel suo cosiddeto capolavoro del B-Moovie (girato in soli sei giorni), Detour (1946), cercare di sottolineare come le esistenze di quei pochi personaggi che si svolgono nei 69 minuti di pellicola non rapresentino tanto la forza distruittrice della società sul singolo, ma piutosto piccole porzioni di essa, ciascuna vittima di se stessa. Una di queste, vittima principalmente di eventi di cui in verità non è affatto responsabile.
Può dirsi che la storia di Detour, allora, sia effettivamente vagamente Kafkiana, ma con la variante di un plot noir che vada a concentrarsi, in verità, più sulla psicologia del singoo personaggio che non anche sulla caratterizzazione dell'aspetto collettivo, corale, complessivo della società che lo ha partorito.
Un giovane pianista di New York, fidanzato con una cantante che lavora nello stesso locale in cui suona lui, aprende che quest'ultima vuole lasciare la città per trasferirsi a Los Angeles, onde intraprendere la carriera i attrice ad Hollywood.
Stanco della solita vita, decide un giorno di andarla così a trovare ma, essendo sprovvisto dimezzi di trasporto, decide di praticare l'autostop. Sarà l'inizio di una serie di eventi chelo tscineranno in un vortice di autodistruzione, in quanto l'incontro con due personaggi casualmente incontati sulla stada si rivelerà negativamente determinante in questo senso.
Ciò che Ulmer, già a suo tempo assistente alla regia per Murnau, riesce magistralmente a rendere sulla pellicola è un senso smisurato - e tutto espressionista - per le atmosfere, per una sorta di perverso gioco di angolazioni, di distorsioni geometriche, che verranno ripresi, negli anni a venire, da registi quali Zulawski, che fanno dell'insano gusto per un'irrazionalità sbandierata ai quatro venti la ragione prima ed ultima del loro cinema.
A ben vedere Detour gode proprio di un'innovazione narrativa, che poi, bene o male, è quella che sottende sempre un film: il cinema è prima di tutto una tecnica di racconto, e non v'è dubbio che la struttura per flashback che Ulmer attua qui - ripresa forse da Citizen Kane di Welles, ma sicuramente dotata di una personale pculiarità, che sposta la focalizzazione degli eventi dal puzzle di personaggi e vicende all'unico ed allucinato punto di vista del protagonista - sia effettivamente un'arma vincente e che rende questo film davvero come un prevedibile epilogo sull'autodistruzione, in cui non conta tanto come andrà a finire, ma piuttosto perché ci si è andati a finire.
Questo regista riesce a sconvolgere ogni capacità percettiva dello spettatore, nella misura in cui opera un processo di non progressione: i set, i luoghi sono quasi tutti in interni e quelle rare sequenze girate in esterno fanno riferimento ad un'ossessiva costante, dal sapore del tutto paranoico: la stada.
Questo elemento è un punto di partenza ed un punto di non approdo. Quasi mai la camera si ferma a filmare una meta, un trguardo o una direzione. Il viaggio del protagonista è totalmente proteso verso il nulla, ed anche gli ambienti al chuso, che dovrebbero garantire una seppur minima certezza, finiscono per divenire volutamente ripetitivi, segni inconfutabili di una situazione di regresso, più che di evoluzione. Ulmer è strategicamente interessato alla trasparenza, all'idea di illusione, di imperfezione geometrica, non solo nelle linee spaziali che traccia con i suoi freddi movimenti di macchina, ma anche nei volti di bravissimi attori che ha preso dalla strada, o comunque non dal panorama di professionisti celebri o conosciuti: ad un tratto il protagonista confessa di essere fisicamente attratto da una dona che incontra sul suo percorso, proprio perché imperfetta, di una bellezza del tutto naturale e per niente artefatta. Detour è così un film frammentario, in cui la recitazione non si espande, non gode dell'evoluzione del personaggio, ma, complice anche una buona direzione degli attori, tende a limitare, pur nei piani sequenza (in cui le doti attoriali vengono sempre fuori), il predominio dell'uomo sulla scena. Le sequenze di dialogo, sono più improntate su una carica di tensione, di rapporto reciproco fra i personaggi (in particolare fra il protagonista e la donna che accetta di caricare a bordo di un'auto "rubata", a metà film) che sembra costruito quasi su un'influenza reciproca di cnflittuale erotismo, che non sul potere effettivo della parola, di ciò che il verbo possa creare nella mente dello spettatore. Simo quasi più morbosamente interessati al modo in cui gli attori si parlano, che non a ciò che effetivamente si dicono.
Ciò che mi rimanda a Zulawski - o meglio, ciò che mi fa pensare che Zulaswki sia stato vagamente influenzato da questo film - è proprio il senso dell'assurdo che pervade tutta l'opera, tanto da arrivare a sconvolgere ogni certezza, a cominciare dall'identità dei protagonisti. Mentre in Professione reporter di Antonioni la perdita dell'identità, lo scambio avvengono più per scelta del protagonista che per effettiva forza superiore, in Detour il caso - o un destino beffardo e crudele - sembrano abbattersi con fatale puntualità sul personaggio. Egli si ritrova a viaggiare per raggiungee a tutti i costi un trauardo ambito, quando invece scivola, via via, senza averne colpa, sempre più lontano dalla meta prestabilita.
E' questo crudele senso per l'impossibilità di avere la meglio sul destino o sul caso - due concetti di per sé distanti fra loro, ma incredibilmente complici nell'opera di Ulmer - a farla da padrone in questo film. E a ben vedere sono proprio questi elementi, giocati con sapiente utilizzo di mezzi, tecnica e stile da parte di questo geniale regista, che ci inducono ad affermare, senza esagerare, che Detour rasenta davvero la perfezione proprio nella sua imperfezione, nella sua mancanza di pretese, nella sua semplice complessità stilistica e nel suo allucinato viaggio in atmosfere inquietanti. A dire, insomma, che questo è un autentico ed imperdibile capolavoro.











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