giovedì, 23 ottobre 2008
Ore 15:20

marina-cacciotti-e-gianni-di-gregorio-in-una-scena-del-film-pranzo-di-ferragosto-84747[1]

E' di una rozza delicatezza questo film (d'esordio) di Gianni Di Gregorio, abituale sceneggiatore e soggettista al servizio di registi al momento anche sulla cresta dell'onda. Ultimo, Il Matteo Garrone di Gomorra, che gli ha ricambiato il favore producendo questo piccolo gioiellino (che Di Gregorio aveva in mente di girare fin dal 2000, ma per il quale dovette scontrarsi con l'aridità di produttori che a scatola chiusa non finanziavano...) che è costato pure davvero poco, rispeto agli inaspettati incassi e all'insperato successo a Venezia.

Personalmente direi che la vera forza di Il pranzo di ferragosto sia tutta in un soggetto e in una sceneggiatura (sempre ad opera di Di Gregorio) solidissime, semplici ma al tempo stesso profonde decisamente riconoscibili nelle mani esperte di un addetto al settore.
La storia parla di Gianni (nel film, interpretato dalo stesso Di Gregorio), sessant'enne dalla vita piatta, che passa dalla casa in cui accudisce la madre ultra novantenne, all'osteria, in cui si consola dalla monotonia con qualche bicchiere di troppo. Qualche giorno prima di Ferragosto, bussa alla sua porta l'amministratore di condominio, con l'intenzione di riscuotere gli arretrati delle spese di amministrazione, delle bollette e di tutto il resto, che a quanto pare ammontano a diverse centinaia (o migliaia) di euro. Gianni gli fa subito intuire che non può colmare il suo debito, così l'amministratore gli propone un patto (che sa più di un ricatto): io ti porto mia madre, perché devo partire per le ferie. Me la tieni due giorni e in compenso io ti scalo tutte le spese condominiali.
Messo alle strette, Gianni accetta una porposta che non può proprio rifiutare. Ma, quando l'amministratore torna a casa sua con sua madre, ha portato con sé anche la zia. Gianni deve così badare a due anziane signore, oltre che, ovviamente, a sua madre. Chiamato un amico medico che lo visiti dopo lo stress passato in quelle prime ventiquattr'ore infernali, questi gli fa il favore ma, come al solito, gliene chiede uno in cambio: Ho il turno di notte in ospedale, per favore, tinimi mia madre, solo per un giorno . E tre. Forse il peggio deve ancora iniziare, quando si va verso un afoso Ferragosto del Terzo millennio, nella Capitale italiana....

Dal punto di vista cinematografico si direbbe che scelte tecniche e stilistiche si riducono all'osso a favore, come dicevo, di un soggetto e di una sceneggiatura dalle basi forti e ben salde su un'ammirevole struttura letteraria.
Ma non è così. Vero è che occorre tenere presenti i limiti di produzione: un film dal budget davvero basso, girato con mezzi modesti, in ambienti quasi neorealistici, cioè naturali, mai modificati, mistificati, illuminati più del dovuto. pranzodiferragosto_2[1] Filmato con il suono in presa diretta e quindi non doppiato, fonda la sua bellezza principalmete sulla veridicità e sulla spontaneità di tre attrici ultra ottantenni (una di loro, ultranovantenne), assolutamente non professioniste, investite, dopo il film, dall'onda mediatica del successo e della popolarità, tanto che una di esse ora ha addirittura l'agente, come i grandi vip. Effetivamente, dunque, la bravura di Di Gregorio sta principalmente nel filmare una bellissima storia scritta su carta e nel dirigere gli attori,meglio ancora di come non si diriga egli stesso. Il film è un film di attori, di attrici, principalmente. Spesso le scene sono lasciate al caso, la camera fissa (o più spesso, a mano, grazie all'abilità di un grande operatore) evita le riprese corte, ma si diluisce nel tempo e nei luoghi per donare a tutto la spontaneità di un grande e malinconico convivio. La mimica, la gestualità ed il timbro vocale di Di gregorio, in qualità di attore, sembrano tutti modellati sul Nino Manfredi dei tempi che furono, quello legato, nel bene e nel male, alla famiglia (dai film di Scola a quelli di Loy) spesso dal gigno o dal sorriso disilluso di chi sa di star vivedo alla giornata, in una fase della vita in cui i giorni sono tristemente tutti uguali.
Ma la regia di Di Gregorio, dicevo, non va tacciata di mera semplicità, né tanto meno di bieca asciuttezza. In verità c'è una complessità di fondo e, soprattutto, la capacità di uscire alla grande da quei limiti (direi, principalmente, televisivi) tecnici e commerciali per i quali questo film aveva un destino segnato: la maggior parte delle riprese sono costitute da primi piani, perché il film era destinato al piccolo schermo, sul quale il campo lungo non sortisce certo lo stesso effetto che produce sul rettangolo di tela del cinema. Ma il regista trasforma questi paletti imposti alla sua estrosità in vera e propria virtù, nella misura in cui contrappone letteralmente la vuotezza e la vacuità della vita di un sessant'enne che viaggia inesorabilmente verso la vecchiaia....alla mancanza di rassegnazione, alla volontà vera e sentita di vivere e di farlo nel modo più attivo possibile, di tre anziane. Così, le rare riprese in esterni, all'osteria, nei dialoghi con il suo amico perdigiorno con il quale condivide qualche bicchiere di vino bianco sono, quasi semrpe, lontane, aperte, così distanti e così vuote, quasi deserte, proprio come una città millenaria nel celebrare la stanca ritualità del ferragosto.
Quelle girate in interni,invece, si buttano sui primi piani o sui dettagli di una vechiaia che non ci sta a darsi per vinta.

Infatti, a mio avviso, più ancora che trattarsi di un film sulla vecchiaia, questa è un'opera sulla crisi di mezza età. E Di Gregorio è in grado di sottolineare il paradosso delle due fasi della vita, per cui una vecchietta vive freneticamente, santifica la cerimonia del trucco e dell'abbellimento, pur non avendo più nulla o nessuno da conquistare o nessuna soddisfazione da togliersi (bellissimo, grottesco e graffiante il dettaglio sulle labbra della De Francisci - la più anziana delle tre attrici - mentre si mette il rossetto), mentre un sessant'enne sembra buttare via apaticamente il prprio tempo, passando in rassegna ogni giorno come se fosse uguale a quello precedente.

Ed il senso per il grottesco, oscillante fra il ridicolo (o patetico) ed il malinconico, in cui - smentendo categoricamente tutto ciò che ha sostenuto un critico del quale ho assistito alla presentazione del film, facendo leva, a quanto diceva, sul commento a caldo di una signora al Festival di Venezia - non è affatto la figura dell'uomo ad uscire male, a vantaggio della donna, quanto piuttosto quella della generazione di mezzo, o forse della mezza età più in generale, a vantaggio di una vecchiaia che ha il sapore della riscoperta di se stessi.....dicevo, quel senso di grottesco, sembra essere ripreso vagamente da Fellini (potremmo vedere questi stanchi e disillusi cinquant'enni come dei Vitelloni sull'orlo della pensione), in cui una musica forte e tagliente, sagriana e decisamente irriverente fa da sottofondo ad immagini buffonesche, ai volti rugosi e caricati di queste attrici così vecchie fuori, così giovani dentro. Un contasto che, ebbene sì, proprio dal punto di vista cinematografico (e non solo letterario), il buon Di Gregorio sa rendere al meglio.

Se c'è un'ultima osservazione, a completare quanto finora detto, che mi piacerebbe fare, è la seguente: proprio in virtù di questa netta contrapposiziome, di questo paradosso fra due generazioni che si dividono negli intenti, negli scopi ma soprattutto nel differente modo di (non) raggiungerli, credo che sia molto bella la sovrapposizione che Di Gregorio traccia nel suo film, fra la routine e l'inaspettato: tutto in questo film, passa disinvoltamente - e con il retrogusto ancora più amaro dietro ad un suoperficiale strato di apparente spensieratezza - dall'abitudine, o dalla consuetudine, all'evento casuale, che, però, finisce inevitabilmente, anch'esso, per vestirsi di quell'inesorabile e disarmante ritualità. E proprio questo, forse, è uno dei punti di forza maggiori, di questo piccolo gioiello confezionato in casa: il senso per un'ineluttabilità, l'incontrovertibile direzione verso cui viaggia la vita, forse esorcizzabile con allegre e spensierate incursioni semi erotiche e nostalgie giovanilistiche (dal vago sapore - naturalmente solo concettualmente - pasoliniano), ma al contempo l'amara consapevolezza che ogni speranza ed ogni sogno si infrange verso un'indesiderata omologazione, un rifuggito (quanto mai evitato) assorbimento della stravaganza della singola giornata visuta...alla giornata, per mischiarsi e confondersi nella monotonia di tanti giorni uguali, diretti senza rimedio verso la morte. La cui presenza è, seppur quasi impercettibilmente, in questo film, sempre e comunque terribilmente incombente.



mercoledì, 01 ottobre 2008
Ore 10:09

300UtamaroandhisFiveWomen[1]

E' sbagliato ridurre Utamaro o meguru gonin no onna (Cinque donne attorno ad Utamaro), girato da Kenji Mizoguchi nel 1946, unicamente ad un film biografico sulla vita del celebre pittore giapponese Utamaro.

E', piuttosto, essenziale rendersi conto che dietro alle vicende del protagonista di quest'opera, sullo sfondo delle storie delle cinque donne che lo circondano e che in qualche modo conizionano la sua esistenza, si tracciano le linee di pensiero che Mizoguchi ha sviluppato riguardo al concetto stesso di arte. Questo è un film proprio sull'arte, sul suo valore prima di tutto idealistico.

L'artista Utamaro riesce magnificamente a comunicare attraverso le sue opere, i suoi ritratti così pieni di vita. Riesce a riempire quei voti che lo separano dagli altri personaggi, specialmente dalle donne. Utamaro ha grandi problemi a rapportarsi con le donne. E l'unico tramite per comunicare con esse è proprio la pittura, intesa come un rito iniziatico, una violazione/esplorazione del corpo sacro femminile, una materializzazione del desiderio, ma anche una concretizazione di un'utopia irraggiunibile: attraverso questa forma di linguaggio egli potrà sfiorare le donne, plasmare su di esse la forma degli stessi sentimenti e delle stesse passioni che prova per loro, ma non arriverà mai a carpirne il segreto essenziale, ad approfondire il rapporto. Tenendo a mente che stiamo parlando di un film del 1946, quest'opera è incredibilmente priva di pudore, nell'ottica dell'antica cultura giapponese. E' chiara, infatti, la metafora sessuale, la tensione a scoprire e ad entrare nell'universo femminile, pur dovendosi fermare alla superficie epidermica, al tessuto esteriore. I dipinti che Utamaro pennella sulla schiena delle sue modelle, suonano come una rivitalizzazione dell'arte stessa: l'arte che nasce dall'idea, ma che diviene materiale, viva. Ma tristemente si traducono, anche, in una manchevolezza di punti certi, di linee sicure, di segni solidi. Il corpo vive, si muove, cambia le sue forme e le sue fattezze, costringendo anche i segni grafici a modellarsi sui propri mutamenti. Ma esso può perfino sfuggire, venir meno all'impegno e al rapporto che si instaura fra artista ed opera d'arte, il medesimo che si stabilisce fra padre e figlio.

La regia di Mizoguchi è rigorosamente formale, precisa, semplice e dilatata, spalmata letteralmente in quello che è "l'insieme". Utamaro o meguru gonin no onna è un film ripreso da un punto di vista centrale, ma capace di espandersi attraverso le visioni di cinque scorci differenti (le cinque donne le cui vicende sono narrate), che si sdoppiano, rifiltrano la realtà secondo l'ottica e la sensibilità tutta femminile tipica del Cinema di questo regista così anti conformista per la sua epoca, si ripropongono come su diffrenti lati, altrnative vedute, ma inevitabilmente riconfluiscono, tramite le sue poliedriche soggettive, nello sguardo centrale e concentrico del protagonista di tutte le vicende. Utamaro vive empaticamente dolori e gioie dei suoi compagni di viaggio (il viaggio della vita). La coralità e la compatteza di quest'opera è data proprio dalla lentezza delle riprese, quasi sempre ferme o costruite sull'avanzamento della cinepresa, sulle carrellate che non distolgono mai il loro sguardo ipnotico dagli attori. Nelle composizioni dell'inquadratura, le donne rimangono quasi sempre in posizione predominante davanti all'obittivo, ma i primi piani sono, qui, espedienti più unici che rari. I detagli sono rifuggiti con attenzione inusuale, e a tutto è confrito la dimensione ed il significato del "contesto", della totalità, dell'espandersi e del propagarsi dei sentimnti, delle storie, che si intrecciano indissolubilmente fra di loro, senza vedere necessariamente il prevalere degli uni sugli altri, ma intrsecandosi tramite sinuose e ben congeniate geometrie, linee rette e linee curve, strutture solide e forme fluide, pose scultoree e sinfonie del movimento, che pongono in risalto l'antitesi esistente fra mnt e corpo, fra utopia e certezza.

Le donne camminano e sfilano davanti alla camera, sempre rientrando in quell'insieme compatto, granitico, rigoroso, incredibilmte criteriato, in cui il passaggio da una stanza all'altra evita quasi sempre di tradusri in uno stacco, ma resta fedele al piano sequenza, all'insegna della diluizione totale degli spazi, rotti, però, di frequente, proprio dall'apertura di varchi, di porte che scorrono e di dimensioni che si sovrappongono, si legano l'un l'altra senza una precisa soluzione di continuità. Esattamente come accade per le storie dei protagonisti.
Storie di vita, di passioni, di orgoglio, di amori. In cui l'artista deve assistere come un testimone zittito dalla sua setssa ultra sensibilità. In cui deve solamente produrre e entare di dare un senso alle proprie creazioni. Le quali, molto spesso, si renderanno inipendenti e, da semplice idea, prenderanno vita per sfuggire inevitabilmente al suo impotente controllo.