Ore 16:43
Come tutto ciò che è grande, che rimane come un marchio indelebile nella memoria, scoprii Fabrizio De André nel modo più banale. Se i ricordi non m'ingannano, dovevo avere poco più di undici anni e dovevo star viaggiando in autostrada con la mia famiglia, di ritorno da qualche settimana bianca. Fermatici in un autogrill, comprammo una vecchia musicassetta rossa, dal titolo Fabrizio De André in concerto. Inseritala nell'autoradio, cominciarono a suonare le note di Avventura a Durango....
Mai sentita prima. Ritmo divertente, parole originali, pur essendo ancora bambino, già mi si destavano sensazioni ed echi da mondi antichi, forse bramati in angoli neppur troppo reconditi della mia fantasia, nelle continue scorribande di cowboy di celluloide, di baffi sudati, di stelle da sceriffo, di pistole argentate, di chitarre, di saguari, di ritmi e di ballate d'oltre oceano....
Subito mi smentirono i miei genitori, rassicurandomi che si tattava della traduzione di una cazone di Bob Dylan. Chi? Domandai io, come a dire che non sapevo nemmeno chi fosse. Va beh, ma comunque questo De Anré, citazionista o meno, traduttore o no...era molto meglio di quello che si leggeva sulle antologie di Storia della musica che si studiavano alle medie. La guerra di Piero, Il Pescatore. Sì, va beh, testi interessanti. Ma sei in un'età che, se non accompagnati da melodie adeguate, rischiano di pedersi nella pigrizia di chi, come me a quell'epoca, non aveva la pazienza di leggerli e di capirli.
Finita Durango....c'è la presentazione della Pfm. Scoprii pochi anni dopo che si tratava di una band davvero dotata di talento. E che quel concerto era straconosciuto nella cerchia dei grandi sosteniori di Fabrizio De André. Subito dopo, Verranno a chiederti del nostro amore: sicuramente fuori dalle dinamiche sentimentali degli adulti (a malapena cominciavo ad interessarmi alle mie compagne di classe, forse desideroso di strappar loro un bacio, durante la successiva gita scolastica), captavo comunque, nel tono arcigno del cantautore, che si trattava di una storia nata male, forse sbagliata. Si sentiva del rancore., Non ero ancora in grado di gestire le mie impressioni su una canzone, ma dentro di me - complici anche le parole dei miei genitori, che mi spiegarono che De André era genovese (e genoano) - cominciavano a maturare le sensazioni che si avvertono quando si è di fronte ad un'opera d'arte. Un repentino allontanamento, la visone distaccata di storie narrate. Ed immdiatamente, un repentino riavvicinamento. Perché quella storia, parla anche di noi.....
Finita questa canzone, inizia Sally. Testo difficile, quasi incomprensibile, ma ancora quelle melodie lontane, quasi sospese nel tempo, in luoghi misteriosi e che forse neppure esistono. Ma che riecheggiano i rauchi suoni di quel mondo che tutti i giorni vedevo, tornando da scuola. Quello degli zingari. Delle prostitute. Forse delle minoranze. Un mondo di disagi, raccontato in una favola.
Nel lato B c'è spazio per Rimini. Troppo piccolo per capire di che cosa parlava e per cogliere l'analogia con I Vitelloni di Fellini (che lo stesso Faber, a fine canzone, sottolineava), film che oltretutto dovetti apsettare ancora diversi anni prima di vedere. Poi...Maria nella bottega del falegname. Ecco! Ora si comincia a parlare di un argomento alla mia portata! La storia di Gesù mi aveva da sempre affascinato.
Ma è soltanto con l'ultima canzone della musicassetta, che capii davvero che avevo appena scoperto un poeta. Il testamento di Tito. Non potevo ascoltare parole più vere, più taglienti, più commoventi, più toccanti. E ancora quelle melodie lontane, questa volta vagamente orientaleggianti, che sembravano pennellare, sullo sfondo di versi magnificamente scritti, il giallo delle dune di quel deserto che è il mondo.
Avrei potuto dilungarmi nel raccontare, secondo il mio modesto parere, quello che significa Fabrizio De André nella tradizione musicale e letteraria italiana. E forse anche mondiale (fu la Pivano a dire che non era Faber ad essere il Bob Dylan italiano, ma Bon Dylan ad essere il De André americano). E quello che significa nella tadizione nuda e pura, senza i rimandi culturali, intellettuali, che di certo non gli mancavano.
Ma il mio tributo, dopo i dieci anni dalla sua scomparsa, non può che essere di poche righe. Perché la sua figura, quella di uno degli artisti più importanti del Novecento, è davanti agli occhi di tuti. Alla portata di chiunque. Mi è bastato il ricordo di quella prima scoperta. E mi basta girare nella mia bellissima città, che ho la fortuna di poter scoprire giorno dopo giorno, vicolo dopo vicolo, direttamente dai versi delle sue canzoni, passando fisicamente per le sue strade.
Perché, vivendo a Genova, mi rendo conto che questa città appartiene a De André e che De André appartiene a Genova. Eppure, le sue canzoni, pur aderendo perfettamente al tessuto di caruggi e di viottoli che raccontano, riescono ad adattarsi a qualunque universo, a qualsiasi realtà.
Manca, e parecchio, una figura come quella di Faber, nel panorama degli artisti di oggi. Ma, in quell'inesorabile declino del Mondo, si direbbe che la sua scomparsa sia stata inevitabile. In un momento in cui tutto sembra star peggiorando, Fabrizio De André non poteva restare e permettere che questo mondo marcio, corompesse anche la sua arte.
Citando il lapsus che il sottoscritto ebbe da piccolo, un giornoi, suscitando l'ilarità di tutti i presenti: c'è un po' di mare nel petrolio. E De André è quel mare.












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