Ore 11:54
Religione utopica significa, in definitiva, che si sta parlando di un film che tende in ogni modo all'infinito, in ogni sua forma, cifra e significato. Nulla è isolato, nell'opera di Kubrick, ma si riproduce innumerevoli volte, ciclicamente e costantemente: dai movimenti, ai tratti grafici, dalle musiche ai silenzi. 2001 è una perpetua ricerca della meta, di una realizzazione dell'individuo nell'in(de)finito del tempo, dello spazio e della specie. Il risultato lo conoscamo tutti: manca, a tutti gli effetti, una meta finale, ma si riproduce con inquietante puntualità solamente la Storia dell'evoluzione, in un incomprensibile gioco di progresso/regresso, in un processo impercettibile di autoproiezione, nella scoperta atroce - del tutto simile alla conculsione del capolavoro letterario di G. Garcia Marquez, Cent'anni di solitudine - di un relativismo formale e di un rigore, al contempo, tutto deterministico degli eventi, che soprassiedono l'uomo e ad esso si palesano con devastante fatalità.
Questa ricerca evolutiva, questa realizzazione che porta lo scienziato a ricercare se stesso, sfidando le "sirene" proprio come faceva Odisseo nell'Odissea omerica, giunge alla scoperta di un punto di non ritorno, sfonda le barriere del destino e coglie il signifcato della vita, la quale, come vedremo, è a tutti gl effetti priva di significato per l'individuo, ma si vota in tutto e per tutto alla sopravvivenza della specie.
In questo senso, ogni scoperta scientifica, ogni salto evolutivo, avvengono non per migliorare l'esistenza del singolo, ma per protrarre quel ciclo infinito, diluito, che si ripete senza che nemmeno lo si possa riscontrare: in effetti, in questo senso, la religione utopica di 2001 risponde ai caratteri del tutto naturali della vita, in cui questo ciclo sembra rpetersi all'infinito: la Terra gira intorno al Sole, in un moto perpetuo che pare non conoscere vie d'uscita. La vita conduce sempre alla morte. Il particolare conduce sempre all'universale. Il significante conduce sempre al significato. Provare s svertire quest'ordine, equivale ad addentrarsi in una sfda senza uscita, che potebbe condurre a scoperte sconfortanti, quale quella di un'involuzione comunque già scritta, già programmata, già avviata: un ritorno alle origini.
Allora la religione utopica di 2001 si traduce, nelle immagini, nel relativismo formale più spinto, più insistito: tutto rimanda, in questo film, alla dimensione impossibile di Maurits Escher: ogni concetto, ogni approdo della scienza, ogni meta conquistata cede all'incertezza e la vita diventa un balletto, seppur armonioso, totalmente inconsapevole, in balia di una ripetizione ciclica che della "grande evoluzione" ha solo le sibilline sembianze.
Il Danubio Blu di Strauss accompagna dolcemente questa danza dell'evoluzone/involuzione: è la musica "illumnista" per eccellenza.
La sequenza del viaggio nell'assoluto, che segue immediatamente quello stacco millenario in cui il simbolo della violenza animale, recante l'aspetto della natura che continua comunque a dominare l'uomo (scimmia) porta allo strumento più elegante, innaturale che ci sia: un satellite che fluttua nello spazio infinito, che dà immediatamente la sensazione di veder rappresentato un potere illimitato, un dominio assoluto e dell'assoluto, da parte di un essere umano ormai completamente realizzato. L'osso vola, ma necessariamente cede alla legge di gravità, precipitando, riabbattendosi con travolgente potenza sull stesso soggetto che, lanciandolo, ha comunque salito un gradino dell'evoluzione. Nonostante questo lieve progresso, la Natura continua a dominare l'Uomo e proprio l'evoluzione è avvenuta per volontà (o per andamento inconfutabile degli eventi) di un Monolito che, a sconda delle interpretazioni, può rappresentare un punto di svolta, un testimone, quando non proprio il volere e la soggezione alla Natura o all'infinito.
Il satellite, per contro, non cede alla forza di gravità. Flutua e galleggia nello spazio, con eleganza suprema. Il dominio dell'uomo è segnato da un passaggio millenario, sintetizzato in due inquadrature: l'uomo assoggettato alle leggi della natura. L'uomo imperturbabile di fronte alle leggi della natura.
Tutto questo, dicevo, si racchiude, però, già in un percorso ciclico, un moto perpetua che indica una situazione senza sbocchi.
D'ora in avanti, ciè che era sempre stato, in un paesaggio primitivo e svuotato di vita quale era quello inziale, non è più. Se prima avevamo comunque certezze e punti fermi, adesso è la distorsione geometrica più esagerata ad aver preso il sopravvento: l'evoluzione dell'uomo ha portato quest'ultimo a perdersi in un relativismo che allontana le sue stesse tesi certe esicure dalla verità assoluta.
Il balletto all'interno dell'astronave, in cui lo scienziato è colto a un torpido sonno (non a caso), mentre quel ciclo di evoluzione/nvoluzione continua a compiere il suo corso, mentre una donna si muove lentamente, a passo di "danza", sulle note "sapienti" del walzer di Strauss, ogni ordine ed ogni criterio logico viene totalmente sovvertito.
Ogni forma ed ogni contorno risulta incerto: l'hostess della compagnia di navigazione, che vediamo afferrare una penna in balia dell'assenza di gravità, cammina ora sulle pareti, assecondando smepre quel moto circolare, cambia posizione, stravolge il senso e la logica della geometia spaziale.
Come del resto amava fare anche il celebre pittore Mauritz Escehr, Kubrick riproduce solamente l'onnipotenza dell'uomo nello spazio, che tuttavia si tramuta in incertezza e relatività: la dimensione impossibile del progresso:
![escher14[1]](http://files.splinder.com/95b2c2d6b39f3cc80b2e723ff9fe0356.jpeg)
![2001-6[1]](http://files.splinder.com/1b3d47461d1c75c5f9d32c39e1dae5f6.jpeg)











![2001-odissea-nello-spazio[1]](http://files.splinder.com/aa5c8fea42e16942173098d46c878b29.jpeg)
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