lunedì, 05 maggio 2008
Ore 11:36

balla_coi_lupi[1]

Sebbene la già commovente storia di Michael Blake induca a riflettere sui valori dell'amicizia, della lealtà, dello scambio di cultura, sconvolgendo i canovacci classici del racconto western che ha sempre ispirato grandi registi come Ford od Hawks, Balla coi lupi di Kevin Cosnetr (esordio alla regia per l'eclettico interprete di Eliot Ness in The Untachables di B. De Palma) è molto di più di un film Western anti convenzionale. Come sempre, del resto, quando l'intimità di un regista esonda gli argini del genere o delle etichette che ne priverebbero la vastità concettuale, ideologica, simbolistica.

Il tenente John Dumbar, al termine della guerra civile negli Stati Uniti, stufo di combattere per qualcosa che non gli appartiene, chiede di essere trasferito ad un forte isolato in prossimità della frontiera. Una terra di nessuno, rivendicata dagli americani (il cui arrivo parrebbe essere imminente), ma di fatto ancora abitata dagli indiani, i Sioux (i quali si scontrano con tribù di Pawnee).
Sarà proprio nell'isolamento da lui stesso ricercato che il protagonista ritroverà il valore vero della vita, unendosi e fondendosi con una natura che rimarrà incontaminata ancora per poco, stringendo amicizia con il popolo dei Sioux, riconoscendo in esso valori che nella sua rozza "civiltà" sembrano invece essere stati sommersi dalla violenza cieca o fine al guadagno.

La natura ed il Paesaggio dominano questo film. Mutano le loro fattezze, si trasformano, vivendo empaticamente le vicende del protagonista dell'opera, un soldato stanco delle guerre inutili e logoranti che ha sempre combattuto nell'interesse di altri. Già fin dalla sequenza iniziale è facile assaporare un'idea del tipo di Cinema che opera Kevin Costner, qui, alla sua prima volta dietro alla macchina da presa: la società sedicente "civile" è in avanzato stato di decomposizione, nell'attesa di compiere passi che sa già essere moralmente scorretti. La scena in cui Dumbar rompe quel clima di incertezza e di eterna aspettativa - in cui due schiere di soldati giaciono mangiati dalle mosche in un paesaggio piatto e nuvoloso - cavalcando a braccia aperte in segno di libertà, è già molto eloquente al riguardo. Come quella in cui lo stesso protagonista si reca da un ufficiale per chiedere di essere mandato alla frontiera. Quest'ultimo si ritrova in un ufficio caldo, opprimente, dimenticato da tutti e relegato al ruolo di smistamento dei soldati nei vari reggimenti o verso le frontiere (queste ultime, appunto, simbolo di quella speranza che egli non conosce più), sudato ed afflitto da una condizione di deterioramento tanto fisico, quanto pscologico.

Così, per un soldato che non si riconosce più in tutto questo, l'unica terapia possibile è una vita in simbiosi con la natura. Dal momento del viaggio in poi, un susseguirsi di inquadrature incantevoli per la loro bellezza - spesso girate nelle ore mattutine o serali, in cui una luce discreta rende l'immagine più mistica e piacevole - farà da cornicie agli eventi narrati con sapiente utilizzo di mezzi per un esordiente come Costner, sicuramente grazie anche all'ottimo lavoro del direttore della fotografia Dean Semler (il quale si è aggiudicato uno dei sette oscar destinati a questo film).

Nella recondita soggettività di Costner, sembra trasparire l'idea che il Cinema (la cui essenza, citando le sue testutali parole, sarebbe quella di risolvere dei dilemmi) affanni ed arranchi nel giungere sul luogo della verità o ("dell'accaduto") un momento dopo che "qualcosa sia successo". Probabilmente si tratta di un Cinema in soggettiva, un filmare e filtrare la realtà attraverso gli occhi di un umile uomo che proviene dal "Mondo civile", da una società che ha frapposto fra sè e la natura che la circonda una barriera mentale. L'uomo crede di giugere alla verità e di dominare il Mondo, ma arriverà sempre in ritardo, perché è la natura stessa a far il suo corso senza avvertire il bisogno di interpellarlo.
Il viaggio di Dumbar è infatti costellato di incroci mancati, di incontri (o scontri) scampati per poco, ma di segni visibili lasciati da mani ingote prima del suo arrivo in quel particolare sito. Sceso dal carro trainato da muli del rozzo personaggio che lo accompagna per un tratto nel suo cammino, il protagonista interpretato da Costner scopre i resti di un'efferata violenza consumatasi in tempi imprecisati, la testimonianza o la prova certa che un passato (prossimo o remoto) si è svolto e si è esaurito senza che il Cinema fosse lì per documentarlo, per darne una ragione, ma solo per mostrarne i segni certi e sicuri (uno scheletro con una freccia nel petto) che sull'erba sono rimasti, resistendo al tempo e alla sua potenza mistificatrice.
E proprio all'arrivo presso il forte, lo stesso conducente del carro lo interroga stupefatto sul perché egli voglia rimanere in un posto desolato come quello, dicendogli perentoriamente che Qui non c'è niente di niente! Ma la risposta di John è altrettanto sicura e scaturisce dalla sua sensibile umiltà: Ma qualcosa c'è stato.

Il legame inscindibile che si instaura fra Dumbar ed il suo cavallo Cisco è essenziale per comprendere l'importanza della natura, che dal momento del suo trasferimento presso il forte al confine, è divenuta predominante, protagonista vera della storia. Non per nulla, nelle prime scene girate, si nota la tendenza ad indugiare sui primi piani sofferti e tesi dei vari personaggi umani inquadrati, mentre gli animali o i paesaggi rimangono in secondo (o terzo) piano, spesso nemmeno degnati della profondità di campo. Ora, invece, la natura ha circondato il protagonista. E' essa stessa che avanza per prima, che si pone di fronte all'obiettivo, sfidando la mdp, proprio come fa il lupo "Due calzini". Prima che una totale simbiosi avvenga completamente, diversi passi dovranno essere ancora compiuti e proprio l'incontro con la genuina tribù di Sioux (uomini che hanno saputo cogliere l'essenza della vita, proprio rapportandosi alla natura con rispetto reverenziale) sarà un gradino in più essenziale per comprendere come la "verità dell'uomo occidentale" sia solo un punto di vista, spesso deletero e fin troppo supponente rispetto all'assolutezza incontestabile del Cosmo.

Costner ci presenta gli indiani, per la prima volta, come l'altro volto di un'umanità che cerca di dare significato ad interrogativi che giaceranno forse senza risposte, ma che agiscono con doverosa sudditanza nei confronti di un Mondo che troppo spesso la violenza fine a se stessa degli occidentali ha inquinato e contagiato: ed è significativa la sequenza in cui John deve ripulire uno stagno contaminato dalle carcasse putrefatte di alcuni animali uccisi ed abbandonati da uomini bianchi.
L'umanità vera dei Sioux viene fuori nella semplicità dei gesti, nello speculare senso per la verità bramata ma solo sfiorata con timore e rispetto, nella ritualità delle danze intorno al fuoco ma anche, e soprattutto, nel ripetersi delle movenze di "Uccello scalciante" (uno sciamano indiano che stringerà, insieme all'intera tribù di cui fa parte, una grande e sincera amicizia con Dumbar, quell'uomo bianco che non avevano mai conosiuto e che rappresenta la smentita di ogni pregiudizio) che accarezza l'erba allo stesso modo in cui lo fa il protagonista impersonato da Costner, come a voler sfiorare un Mondo che sa essere troppo più grande e troppo più importante per essere meschiamente dominato con prepotenza.

Così, fra dolci campi lunghi su paesaggi poeticamente costruiti dalla natura (e qui mi viene da parafrasare R. Sklar, quando scrisse riguardo a La vita è meravigliosa di F. Capra: questo film ha due registi: Kevin Costner e Dio), meravigliosi giochi di luce, interpretazioni genuine e commoventi, Balla coi lupi rovescia il Cinema Western di sempre, vero ed autentico finché si vuole sotto il profilo artistico, ma altrettanto attento a mistificare fin troppo la sua "visione" attraverso lo sguardo fazioso e condizionato di una sola parte in causa.
Costner, invece, fa di più: racconta di amicizie leali, di rispetto, di sentimenti autentici e di una natura che può sopravvivere grazie alla sensibilità degli uomini. Ed anche se il suo pessimismo si farà strada, in corso d'opera, mantenendo in vista la vena poetica ma rammentandoci che ciò che ci narra ha un triste epilogo scritto nella storia, il suo realismo poetico evita di cospargere le immagini ed i suoni (dei quali fa parte un'ottima colonna sonora - insignita dell'Oscar, insieme proprio agli effetti sonori - ad opera di J. Barry) di un miele in abbondanza, ma rappresenta le scelte di vita dell'uomo, nel suo tentare di comprendere proprio il senso della vita stessa, senza scadere nel manicheismo più banale e senza ripetersi, cambiando l'ordine degli addendi, nella scontata rappresentazione del "bene" e del "male".
Qui, gli unici beni sono la vita e la natura. Gli unici mali sono la violenza gretta e le prevaricazioni.