Ore 14:53

Non c'è una nota di musica in quest'opera dei Coen. Perché la realtà che descrivono è talmente arida da risultare incompatibile con qualunque melodia.
Basterebbe questo a fare di Non è un Paese per vecchi il miglior film dell'anno. Perché l'analogia che c'è fra Cinema e musica, fra ritmo e immagine è imprescindibile per la buona riuscita di un film. Qui, invece, manca questo tassello. Eppure il montaggio segue la sua coerenza perfetta senza incepparsi mai, senza risultare monotono. E' un'opera fatta di immagini e suoni della natura. Nient'altro. Ed è sulla fotografia della natura che il film dei Coen costruisce la sua epicità decadente.
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La complicità del deserto texano assolato fa da palcoscenico ad una storia che elude ogni sentimentalismo, se non la nostalgia ed il senso di impotenza. In una delle prime immagini vediamo una prateria immensa fungere da teatro di morte, come santificazione della morte e non come esorcismo della stessa. Ci sono delle auto, tante pietre, molti cadaveri. C'è perfino un cane morto ammazzato. Come a sottlineare che di fronte alla signora in nero non c'è differenza di sesso, religione, razza, specie. Ed è intorno a questo trionfo della fine che tutto il film fa perno, è su questa esaltazione della carneficina o della mietitura delle vite in uno scenario apocalittico che Non è un Paese per vecchi costruisce la sua impalcatura di lirismo sordo. Un film secco, polveroso, dove la mancanza della melodia suonata sta alla pellicola come la mancanza di acqua sta alla vita. Non per nulla tutto comincia e tutto finisce in un deserto.
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Ci pensa la strabiliante performance di Bardem a completare il puzzle di cattiveria che una sceneggiatura ottimamente srotolata è in grado di sottolineare. Il personaggio di Bardem è la crudeltà che vince la rassegnazione, la morte che guarda e passa oltre sull'umanità stanca di inseguirsi. La nota innovativa dell'opera dei Coen, suffragiata dal loro pessimismo cosmico, è data dallo stravolgimento del percorso narrativo: non si va verso un'evoluzione, ma si giunge ad un'involuzione,ad una regressione in ogni senso, sotto ogni punto di vista.
La morale dei Coen (ma prima ancora di Cormac McCarthy) nasce da una "fine" di cui non ci è data sapere l'origine (quest'orgia di sangue consumata senza testimoni in una prateria vicino ad el Paso) e termina nella malinconica rassegnazione di chi ha capito di non poter reggere all'esautorazione dei valori morali. E nell'apologia al denaro, all'opportunismo e al materialismo, ovviamente, vince la violenza disinteressata, narcisista, che colpisce con una bombola ad aria compressa invece che con una pistola, per il gusto sadico e piacevole di direzionare (o dirottare) i destini insanguinati di ogni essere umano.
Così, quasi per gioco - con la costante della ritualità ludica del "testa o croce" con cui il serial Killer interpretato da Bardem mette in opera le sue uccisioni, così come anche la sua pettinatura "buffonesca" ed il suo abbigliamento quasi "farsesco" riescono a ribadire - la Morte tiene le redini dell'esistenza umana, come il signore vestito di nero ne Il settimo sigillo di I. Bergman giocava a scacchi in una partita che inevitabilmente sapeva che avrebbe vinto.
Ed il finale in sospeso, che chiede disperatamente aiuto al sogno per fuggire dall'arida realtà che lo ha formulato, non trova eguali nella storia del Cinema per rendere perfettamente quell'idea di predefinito che c'è nella vita. Ed in cui il nostro bisogno di materialità, di tangibilità, di dominio assoluto non fa che sottolineare la mancanza di spirito e l'evanescenza nel suo contesto infinito.











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