lunedì, 31 marzo 2008
Ore 12:21

Quante parole che si sprecano nelle domeniche in cui la voglia di gossip o di malignità degli italiani cerca di compensare la mancanza di calcio: l'ennesima sconfitta morale e sociale che priva il sistema della sua valvola di sfogo e che cerca di trovare caprii espiatori su cui abbattere la propria insoddisfazione. Quasi, l'approccio col calcio, fosse sessuale.

Ma a noi non piace così. Noi non siamo quegli erotomani che si accontentano del particolare attizzante, magari inquadrato abilmente secondo la logica e la sensibilità sensual-opportunista di qualche regista che sa toccar le corde giuste. Noi il calcio lo viviamo e lo facciamo vivere. Quando ti sarai sbarazzato dei tifosi, avrai tolto di mezzo anche il calcio. E non ci sarà pay tv  che tenga. Ma, soprattutto, non ci sarà più nessun capro espiatorio.

Prima di tutto c'è la morte di un altro ragazzo, l'ennesimo tragico incidente di cui, in verità, non sappiamo ancora nulla. Ma su cui, come al solito,  siamo pronti a dispensare giudizii (universali), ad attribuire colpe o cause. Il mio pensiero va a Matteo, quindi. E ancor di più alla sua famiglia, per la tragedia che sorvola, ormai, sulle problematiche anche sociali che simili episodi riversano nel Mondo del pallone.

Poi però mi ricordo che, purtroppo, in quest'ambiente siamo tutti legati a doppio filo, vicendevolmente. E che le tagedie del singolo vengono strumentalizzate da chi condanna, dal pulpito candido e puro dell'onestà (intellettuale e morale), i teppisti della domenica che si celano dietro ad un passamontagna. Io dico solo che chi agisce in un certo modo, sa a  che cosa va incontro. Ed è giusto che paghi. Ci mancherebbe altro.

Peccato, però, che sia facile parlare, quando le parole passano attraverso i ministeri, i contatti telefonici con le questure....Il loro passamontagna è il servile atteggiamento che hanno nei confronti delle istituzioni.

Ho diversi sassolini da togliermi dalla scarpa. A cominciare dai dirottamenti di notizie, ai cambi di scena messi in atto artificialmente, per cui un ragazzo che muore ammazzato in un autogrill (Gabriele Sandri) si trasforma, dopo la loro faziosa disinformazione, nel problema dei violenti nelle curve. Per cui la loro bella domenica di sangue, che  permette di tirare avanti il carretto ancora per un paio di settimane, è servita ad indottrinare i creduloni, a dare un pretesto allo Stato per far passare in sordina un omicidio, ma anche per legittimare il Governo ad utilizare la sua incondizionata represione nei confronti di una categoria sociale (gli ultras) che non ha mai voluto farsi passare per immune da colpe. La differenza, allora, sta nel sapersi prendere le proprie responsabilià.
Perché il pasamontagna non sempre è nero e con i buchi per gli occhi.
A volte è un indumento molto più subdolo, che induce a parlare per profitto, ad omologarsi per convenienza, a criminalizzare per suditanza, a fomentare l'odio per favoreggiamento.
Mi fa schifo tutta questa ipocrisia, questo voler scandalizarsi di una violenza inscenata da qualche esasprazione di troppo. Si sbaglia, certo, ma è più violenta un'invasione di campo volta a far rispettare il diritto alla dignità di una persona ammazzata...o la loro violenza verbale, che dalle nove del mattino alle dodici non è in grado di dirci se a sparare è stato un tifoso o un poliziotto, che invece che parlare fin da subito di crimine (o di errore), parla di scontri fra tifosi, di violenza negli stadi?
A chi ha un briciolo di coscienza....l'ardua sentenza (e fa pure rima).

Per fortuna, però, che gli errori non sempre si ripietono e che la diabolica tendenza al perseverare non contagi proprio tutti.

Trovo che dal dopo Gabriele Sandri non sia cambiato nulla e che ancora la voglia matta della stampa di strumentalizzare le tagedie di una famiglia per colpire indistintamente chi, oltre tutto, con tutto questo - a livello pratico (e forse con spirito cinico) -  non ha nulla a che vedere, si sia riversata, nelle ultime ore, con la stessa intensità e con la medesima carica duistruttiva, solamente (mal)celata dai toni volutamente mantenuti un po' più bassi, ma sempre tenuta in vita da quella fiammella di faziosità, condita di veleno o di acido spirito tendenzioso. E, naturalmente , a questo ipocrita tiro albersaglio prendono parte gli Osservatorii, le questure, i ministeri....

Ma nella solita palude che sprofonda sempre di più nel marcio  e nell'opportunismo, mi sento di dire che, almeno questa volta, qualcuno si è distinto per uno spirito un po' meno materialista, un po' più umano. Le società di Parma e Juventus sono le uniche ad essersi rese conto che, nell'alone di contraddizioni che avvolge il calcio, gli ultras e la società moderna, forse c'è ancora spazio per la dignità umana.

Al di là di ogni ingistizia che non mancherà, probabilmente, di perpetarsi ai danni di chi è rimasto ancora in gioco, ricordiamoci che ancora una volta c'è un ragazzo che è mancato. Ultras o non ultras, prima di lasciarsi andare in consoiderazioni che, nella maggior parte dei casi, riguardano vicende o fatti che la gente preferisce tener lontane dal proprio "nido", occorre ricordarsi di questo.

Ciao Matteo. 

 

 


Categoria: varie | Permalink
commenti (4) | commenti (4) (popup)

venerdì, 04 gennaio 2008
Ore 10:53

DSCF0018

 

C' la neve a Genova. E tutto è silenzioso. Come fosse un'ovatta che intorpidisce, inibisce, trattiene sotto le coperte. Ma anche come se fosse una zona morta, un campo magnetico che racchiude il salvabile, il preservabile. Mi ci ritrovo dentro, senza sapere perché. Non so che cosa ci sia al di fuori. Solamente sono allettato dal velluto bianco, dal candore smorto. C'è del fascino in tutto questo. Come c'era del fascino nelle sirene di Odisseo. Così, invece che rimanermene al caldo sotto le coperte, esco a violare la "zona", come un'ostinato stalker alla ricerca di una felicità protetta da un'urna molle e segreta (cit.), nell'artificiale speranza di ibernare i desideri di un inverno e di un anno che sono appena cominciati. Sembra quasi che nel pallore di questa luce insensibile, ci sia la benevolenza di una creatura superiore, forse una materializzazione del tempo che muta le sue forme tattili. Fa paura pensare che si possa toccare il tempo. Noi pensiamo di aver provato a dare una forma al tempo, attraverso gli orologi. Dalì pensava che gli orologi fossero una marcia convenzione umana, la terrificante esautorazione dell'uomo nei confronti di ciò che esisteva da ben prima di lui, che continua a scorrere inesorabilmente, che rimarrà a scandire (anzi, ad autoscandirsi, pur senza lancette), mentre il marchio supponente e sigillante della scimmia più evoluta del Mondo, si liquefà alla sola vista, nel penetrare fra occhio e percezione che lo stesso ha della realtà. Ma il tempo si tocca, ragazzi miei. Tutti cercano di sfuggire a questa verità. Gli inglesi hanno addiritura pensato di sostiture la parola "weather" a quella "time", per distinguere due concetti che noi invece esprimiamo con la stessa parola: "tempo". Per loro esiste un tempo metereologico, contrapposto ad un tempo delle ore. Ma fingono di non sapere o di non accorgersi che il tempo delle ore diviene materia prima della vita. La pioggia è il liquido seminale, l'acqua che ciclicamente si dissolve e si riconcretizza. E tutto grazie al tempo. Il sole appare e scompare, poi riappare per sparire di nuovo. Ma sentiamo i suoi raggi caldi sul viso. Avvertiamo la differenza fra un minuto di pioggia e sessanta secondi di vento che fende l'aria. Infatti, se pioggia e sole sono sangue e ritmo, il vento è una macchina del tempo. Senza il vento non potremmo volare. Senza il volo non infrangeremmo le barriere del suono. Senza infrangere le barriere del suono, non potremmo immaginare il superamento di nessun confine. Senza il superamento di nessun confine, non esisterebbe l'arte. E neppure il Cinema. Perché è il Cinema che racchiude tempo  spazio. Forse, genialmente consapevole che spazio e tempo sono due volti della stessa medaglia. Ecco perché la neve ed il gelo....racchiudono ogni speranza. Recintano le nost crtezze, difendendole dalle tempeste quotidiane. Con l'ibernazione di pensieri ed idee (compresi questi miei delirii), si ferma il tempo. Si ferma il vento. Si ferma il suono. Si bloccano i confini, che come in un'arrogante dimensione onirica (in cui tutto è più grande di noi) continuano a non variare la loro distanza da noi (più noi corriamo, più essi rimangono dove sono). Con la neve, invece, si blocca tutto. Probabilmente anche Babbo Natale sfutta questo arresto temporale, per riuscire a fare il giro del Mondo in una Notte. bene, ma io non sono babbo Natale. Io sono solo Riccardo, solo Rochmond. Quindi m occorre un po' di coraggio, un po' doi temerario senso della sfida ai confini. Forse non mi interessa uscire da questi confini. Forse, per ora, ci sono già dentro. Già dentro la famosa zona tarkowskiana. E non mi resta che chiudere gli occhi e farmi tavolgere dal suo fragoroso silenzio, dal suo sproloquiante senso per il custodire. I binari imbiancati, i tetti assorbiti dal tempo fermo. Una specie di infinito piano sequenza che non smette di scrutare gli orizonti, infrangedosi e rimbalzando contro quei muri di cotone, che respingono e attutiscono i rumori. Tutto pare remoto.

Stacco.

DSCF0019

Una salita innevata. Una scalata lunga un anno. Un eremo di carne e terra, di ghiaccio e neve.

Stacco

DSCF0024

Una croce segna la sconfitta dell'opera umana. Il verbo ghiacciato, ricoperto da un sottile strato di galaverna.E Un albero subisce il tempo. Rughe e ghiaccio. L'arresto dei minuti e dei secondi: una tortura o la possibilità di interrogarsi sulla sua esistenza di albero? Non lo so.

Stacco

DSCF0026

Io rimango imperturbabile, fuori. Molto perturbato, dentro. Ma in realtà felice. La zona mi ha reso felice. Il tempo si è fermato, mi ha dato la possibilità di interrogarmi sulla mia esistenza di Richmond, ma senza torturarmi. Anzi, facendomi ben sperare per il futuro. L'anno è appena cominciato fermandosi. Quando riprenderà, staremo tutti un po' più al caldo, ne sono sicuro. Buon anno, amici. Ve lo dico in ritardo, solo perché aspettavo l'occasione adatta. Ed eccola che mi si presenta, fermando perfino il tempo per me. Che cosa posso chiedere di più dalla vita? Non un Lucano. Decisamente meglio un Cappuccino, fa troppo freddo.

Tzè. E poi c'è chi, uscendo ieri, diceva: Oh, guarda, nevica.

Dissolvenza in bianco


Categoria: varie | Permalink
commenti (9) | commenti (9) (popup)

giovedì, 06 dicembre 2007
Ore 16:58

E si parte. Con la consapevolezza che, nell'intricato mondo del Web, questa rimarrà una voce fra le tante. Ed in effetti, fra i molti vantaggi che Internet ci offre, l'aspetto che meno ci piace è proprio il doppio volto che questa possibilità che ci viene data di esprimerci, incondizionatamente, sa assumere così camaleonticamente; se da un lato, infatti, ognuno può dire la sua, dall'altro siamo tutti un ammasso di urla, di grida, di splendidi monologhi teatrali, che portano avanti una propria storia, senza curarsi di ciò che gli altri dicono. Una vetrina di esibiizonismo, insomma, dove trionfa un po' l'egocentrismo che è insito in tutti noi.  

Ma...facciamo buon viso a cattivo gioco, dico io.Già che siamo in ballo, balliamo! E allora, mi pare che l'unica posibilità che si ha per emergere dalla massa, sia l'originalità. E non lo scopro di certo io. Già che ci troviamo costretti ad urlare, per farci notare (e la becera televisione di oggi ce lo dimostra quotidianamente), penso che si possa fare del grido ancestrale un arma che non danneggi la moltirtudine, ma la esalti. Che dia a tutti coloro le cui voci rimangono inespresse la possibilità di unirsi ad un coro, qualcosa che vada oltre le solite banalità di gerere.

Ecco perché, da buon ultrà da stadio, brutto, sporco e cattivo (cit.), posso pensare che si possa schizzare di tono, si possa andare sopra le righe...anche quando si parla di Cinema. Perché il Cinema è il linguaggio di oggi, in un mondo dove perde di significato la parola, per dare valore all'immagine. Ma credo che solo la Settima Arte sappia dare un valore positivo a questo mutamento di comunicazione. Perché se accendiamo la televisione, è palpabile tutto ciò. Ma se in programma abbiamo un film di Lynch, possiamo tanquillamente dire Evviva le immagini, abbasso la parola! Se invece sullo schermo assistiamo a Uomini e donne, con tronisti scollacciati ad esibire pettorali depilati e con "zelanti fanciulle", capaci di comunicarci davvero tanto attraverso la gonna corta, piuttosto che il tacco alto...e a condurre il tutto...una Maria del Filippi che mastica tabacco, rutta e sputa....ma con "stile", beh allora mi permetto di dire che preferivo quando a dominare era la parola.

Comunque, dicevo, visto questo inarrestabile avanzare dell'immagine in ogni settore della società moderna, penso che sia inevitabile che, anche su Ineternet, sia l'icona a farla da padrona. Va beh...poco male, dico io. Mi piacerebbe solo poter conciliare l'utilità dell'iimagine con il ruolo (mai defunto) del verbo. Così, per dare una parvenza moderna  a questo mio spazio personale, ho deciso che sarà il luogo di ritrovo degli ultras da Cinema. Ultras, sotto molteplici aspetti: anzitutto, come ho scritto anche nel messaggio di presentazione, ultras come persone che non si accontentano di guardare il Cinema, ma che vogliono viverlo, entrare nel film. Che vogliono provare sensazioni estreme, che adorano spingersi oltre, essere di più. Poi, ultras come voci fuori dal coro. E, come dicevo in apertura di questo scritto, visto che "il coro", su Internet, è in realtà un ammasso disomogeneo di voci che si parlano addosso, senza curarsi reciprocamente, vorrei che Ultra(s)cinema fosse davvero quel coro unito, che sia capace di radunare sotto il suo vessillo tutti coloro che non si sentono parte di una comunità capace di esaltare troppo il valore dell'individuo, troppo poco quello del gruppo, uccidendo il dialogo. Ovviamente occorre sempre la via di mezzo: guai ad annientare le capacità di ognuno.

Questo non è un blog collettivo, quindi non si propone di cambiare le regole del gioco. Ciò per cui si differenzia è semplicemente quel porsi non più solo come vetrina di ciò che Richmond scrive, ma anche come simbolo di coloro che non trovano nella cultura moderna (e non me ne voglia Mammuccari, se cito proprio il suo programma per parlare di ciò che siamo diventati oggi) una risposta o un'evasione dai problemi quotidiani.

Da ultrà, insomma, vedo oltre. Vedo il Cinema, come àncora di salvataggio. Un àncora che, però, dobbiamo ricavarci noi, senza l'aiuto di nessuno. Vedo quest'arte come viva, come l'espressione di un sentimento comune, che non ci sta a farsi sopprimere dall'immondizia da cui è circondata.

Ed Ultra(s)cinema non vuole esprime nient'altro che questo. Vuole parlare attraverso tutto ciò. Vuole essere sì uno spazio personale, in cui racconterò anche esperienze di vita vissuta (si fa per dire). Ma muove il tutto proprio dal Cinema.

Precisando che questo blog non esisterebbe, se non fosse per la magica Giorgia (meglio nota come mulaky), che ne ha allestito la grafica come solo lei sa fare  -e per la quale penso che non troverò mai adeguate parole di ringraziamento - Ultra(s)cinema è solo il non-luogo dove un ragazzo di ventun anni vuole esprimere, come un urlo (un po' disperato, un po' speranzoso) al cielo, tutto l'amore che ha per il Cinema, come metafora di vita, forse come sogno di una vita.

Perché, per chi si professa ultrà della Settima arte, il Cinema è vita. Ma è molto meglio della vita. Del resto, lo diceva Truffaut: I film sono più armoniosi della vita. Nei film non ci sono intasamenti, né vuoti, né tempi morti. I film avanzano come treni nella notte.