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Accadeva proprio l'anno scorso che mio fratello, sul suo blog, che ad oggi è tristemente inattivo, scriveva di una tragedia sommessa, quasi sussurrata come una leggenda scomoda, tramandata di madre in figlio, quasi una storia da liquidare in fretta, nella necessità di dover immediatamente cambiare discorso e parlare d'altro.
Sempre l'anno scorso mio fratello riportava quel post sul forum di FilmUp e ad esso ne aggiungeva un altro, in cui accostava quella "triste storia", così commovente, perfetta nella sua tragica fattura, ai versi di una celebre canzone di Metallica.
Fu proprio allora che quella che per me era solo una vicenda udita di sfuggita - forse nelle raccomandazioni di mia mamma, affinché, nel mio girovagare, da bambino, per la campagna, prestassi attenzione ai pozzi e ai fossati - mi contagiò irrimediabilmente di una febbre incurabile, che è quella che colpisce chi si butta nella ricerca forsennata della verità.
Fu leggendo il post di mio fratello che iniziai a capire un po' di più sulla tragica storia di Vermicino, che fino a poco prima cooscevo confusamente come il bambino caduto nel pozzo.
Lessi con gran interesse le risposte al suo post, sul forum, così come sul suo blog. Ma purtroppo mi dovetti accontentare di poca roba: erano davvero scarsi i commenti di coloro che degnarono simili argomenti della loro attenzione.
Così mi adoperai per cercare su Internet qualcosa in più su questo fatto. Ma devo ammettere che, tranne l'onniscente Wikipedia e pochi altri siti (fra cui quello della Rai, che fa riferimento al documentario girato per il programma La Storia siamo noi, in occasione del venticinquesimo anniversario di questa tragedia), erano soprattutto i blog, fino all'anno scorso, a fare riferimento a questa storia così triste. Mi pareva quasi che si volesse dare voce ad una vicenda che in qualche maniera sembra essere stata insabbiata in tutta fretta, rimossa, cancellata dalla memoria storica per non riaffiorare mai più.
Ecco, se c'è una cosa che non sopporto è proprio questa. Una storia come questa, che ha subito, su di sè, la luce abbagliante dei rifletori mediatici per tre lunghissime giornate, improvvisamente viene volutamente dimenticata, perché fa troppo male pensare che, per una volta, non esiste un colpevole, non esiste un orco su cui abbattere tutta la nostra depresione, la nostra impotenza, la nostra fragile sofferenza che ci deriva dalla sconfitta.
Così iniziai a documentarmi. Mi imbattei, neanche a farlo apposta, proprio pochi giorni dopo aver letto i post di mio fratello, in un libro, dal titolo Vermicino, L'italia nel pozzo. , scritto da Massimo Gamba ed edito da Sperling e Kupfer, e che altro non è che il libro che più volte ho citato nei cinque post che dedicati a Vermicino e che potete trovare raccolti nel mio blog .
Un libro interessantissimo, di cronaca dettagliata, ma in cui non manca una certa partecipazione da parte dell'autore a questa tragedia vissuta in diretta. Un'opera che perfino sua maestà Niccolò Ammaniti (che adesso, si vocifera, sia proprio impegnato nella scrittura della sceneggiatura di una fiction su Vermicino) ha definito "serrata ed emozionante".
Un libro che non solo ripercorre minuto per minuto quei tragici tre giorni, ma è in grado di fornirci altrettanto puntualmente notizie e descrizioni sul contesto sociale, politico e culturale di un'Italia che proprio da questo evento è stata in parte cambiata, oltre che adoperarsi in un'analisi approfondita degli anni a seguire i fatti di Vermicino (i processi e quant'altro), intraprendendo un percorso cronistico degno dei migliori scritti del genere, ma anche gettandosi in considerazioni intime, paragoni e similitudini letterarie, quasi artistiche. Insomma....a leggere quest'opera, sembra di vivere quella terribile esperienza. Oppure sembra di leggere una magnifica sceneggiatura da film.
Ma ciò che è più importante è che è proprio Gamba a far notare al lettore che quella di Vermicino è una tragedia rimossa, volutamente dimenticata, accantonata in un angolo della coscienza di ogni cittadino italiano.
Personalmente, come ho detto prima, provo un forte senso di ingiustizia, nel vedere che quelo stesso fatto di cronaca, una piccola tragedia privata, di campagna, che per tre giorni si è trasformata nel primo grande reality show all'italiana, ora giacia abbandonata, stracciata, impolverata nel profondo dell'animo di chi l'ha a suo tempo vissuta da spettatore.
Per questo sento il bisogno, probabilmente come molti altri bloggers, di parlarne, di discuterne, di ragionarci sopra.
Perché credo che l'omertà che grava ingiustamente sulla storia del povero Alfredino dipenda proprio dal fatto che, mentre per il piccolo Samuele di Cogne le condanne, bene o male, sono fioccate, mentre per il povero Tommy (ricordate? Il bimbo che fu ucciso a badilate da un malvivente) un mostro c'è stato, mentre per la strage di Erba gli assassini sono stati trovati subito....Qui non c'è un colpevole, non esiste qualcuno che si sia macchiato di un crimine.
Il caso di Vermicino è solamente la sconfitta de genere umano, che oggi è capace di sbarcare sulla Luna, ma un attimo dopo non è in grado di salvare un bimbo caduto in un pozzo. L'Italia si ferma, trema, segue con trepidazione la sorte di un bambino, che è appesa ad un filo. Gli italiani si chiudono in casa, fuggono da quel caldo opprimente che martella sulle loro teste già da diversi giorni, hanno finalmente trovato un diversivo con cui riempire il vuoto di un 1981 che ha bisogno di un evento lieto, di una favola che finisca bene, dall'epilogo roseo e positivo per una nazione martoriata dalla corruzione, dall'ombra del golpe (la loggia P2), dal terrorismo di ogni genere e matrice (Brigate rosse, l'attentato al Papa).
Ma questa favola non finisce bene. L'Italia non ha il suo lieto fine. Così la diretta più lunga della storia della televisione italiana si trasforma in pretesto per allietare le serate degli italiani, che disertano la vita notturna per le strade, ma rimangono a santificare quel nuovo focolare domestico, che è un Televisore sempre più schiavista, sempre più prepotente, invadente ed inquietante, ad illuminare, ciascuno, la cornice della propria finestra, creando quel clima d'aria d'estate, da finale dei mondiali, in cui ogni palazzo pare un formicaio che brulica di vita, di attesa, di impaziente attesa.
Ma l'attesa termina la notte di quel tredici giugno, in cui i riflettori si spengono ed in cui il goal è mancato, lasciando con l'amaro in bocca tutti gli spettatori presenti sugli spalti o tutti coloro che seguivano la "partita" davanti alla Tv. E così, Cristo è crocifisso. L'asso nella manica è stato giocato, bene o male, anche se non ha portato i risultati sperati. E la televisione non sarà più la stessa.
Forse la società non sarà più la stessa, ingenua e impreparata ad un evento di morte, ad uno spetacolo di sangue, grida, lacrime, ma diverrà sempe più maliziosa.
Ogni tanto penso a che cosa succederebbe oggi, se un bambino cadesse in un pozzo ed i soccorsi risultassero tanto difficoltosi da richiamare l'attenzione pubblica in tal maniera. Forse non ci sarebbe solo quell'unica, temeraria ed iriverente cinepresa a monitorare quell'agonia protratta nei giorni.
Ma probabilmente ognuno sarebbe presente, a Vermicino, con il suo videofonino, con la sua telecamerina, a registrare la sua presenza, a marcare il diario delle sue esperienze vissute, a poter mostrare al Mondo ed urlare, in quell'ammasso di voci che si accavallano l'una sull'altra, che lui c'era, senza rendersi conto, in realtà, di non star registrando in diretta soltanto la morte di un bambno, ma di star filmando l'agonia di un'intera società, dell'intro genere umano.
Perché da quel 13 Giugno del 1981, da quando la morte si è fatta consuetuine, anche se gli italiani hanno voluto dimenticare Alfredino, in realtà, ogni giorno la televisione ci strazia con qualche nuovo Vermicino , ci assorda con il coro stonato e stridente di una miriade di voci che sanno solo ammasarsi ed agrovigliarsi vicendevolmente, ma di certo non sono capaci di ascoltarsi reciprocamente
Probabilmente, Fellini, che aveva espresso la volontà di girare un film su questa vicenda, nel suo La voce della Luna ha racchiuso anche qualche suggestione derivatagli da questa brutale esperienza, vissuta, come tutti gli italiani, sulla porpria pelle.
Ed in effetti quello è stato il suo ultimo film. Una sorta di testamento cinematografico in cui, dopo essersi reso conto di far parte di un mondo crudele, tribale e selvaggio, che il 13 giugno del 1981 è precipitato in un pozzo nero, buio profondo, senza essersi mai più risollevato, Fellini, come Alfredino, prega solo di riflettere, chiede solo un po' di umano silenzio.
Ciao Alfredino. Che il tuo sacrificio, almeno, non risulti vano.











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